Lorenzo Lotto e l’Alchimia dell’Amore: il mistero di Venere e Cupido

Nel “Venere e Cupido” di Lorenzo Lotto, dipinto intorno alla metà del XVI secolo, non si coglie soltanto una scena di intimità e grazia mitologica, ma un intero schema simbolico di straordinaria complessità: un codice visivo che parla il linguaggio dell’alchimia e della filosofia ermetica. L’opera si presenta come una sintesi dei principi universali che regolano la vita, la generazione e la trasmutazione, e ognuno dei suoi elementi, apparentemente decorativo o narrativo, nasconde un significato che si lega agli altri in un intreccio armonioso. Venere rappresenta la Materia Prima, la sostanza eterna e ricettiva da cui ogni cosa ha origine; Cupido, suo figlio, incarna la forza vivificante dello spirito, il fuoco segreto che anima e trasforma. La loro relazione circolare esprime la verità ermetica secondo cui la materia genera lo spirito e lo spirito rigenera la materia, in un ciclo di reciproca fecondazione che si ripete in ogni livello dell’esistenza. Il gesto di Cupido che urina su Venere, lungi dall’essere un atto profano, è una delle più sottili allegorie alchemiche di tutto il Rinascimento. L’“urina puerorum”, nella tradizione ermetica, rappresenta il fluido vitale, il principio dissolutore e rigenerante che purifica la materia dalle sue impurità. È simbolo della forza mercuriale, il liquido sottile in cui si scioglie la forma per essere trasmutata in sostanza più nobile. In questo senso, Cupido — lo spirito giovane e spontaneo — versa sulla Madre la scintilla della rinascita, compiendo il primo atto dell’Opera: la dissoluzione. È l’energia vitale che, nell’essere umano, si manifesta come capacità di rinnovarsi, di lasciar morire ciò che è vecchio per accogliere il nuovo. Nell’atto di Cupido si cela la promessa della trasmutazione: la purificazione dell’anima attraverso la discesa nella materia.

Accanto a lui, la ghirlanda che tiene sospesa è il simbolo dell’Uovo cosmico, la totalità racchiusa in se stessa, la forma circolare che contiene il principio della generazione. È il cerchio della vita, l’immagine della perfezione che racchiude in sé l’inizio e la fine, il luogo in cui lo spirito si prepara a incarnarsi: la “viscica piscis”. Dalla ghirlanda pende un piccolo oggetto con una fiamma: il fuoco interiore (il segno dell’Opera al Rosso, la Rubedo), la fase in cui lo spirito accende la materia e la rende incorruttibile. La perfezione non esiste senza il fuoco della coscienza che la illumina.

Sul lato inferiore, quasi inosservato, il serpente resta silenzioso, richiamo diretto al Mercurio filosofico. Come scrive Gino Testi nel Dizionario di Alchimia e Chimica Antiquaria – Paracelso, il serpente rappresenta la sostanza fluida e intelligente, il mediatore tra lo Zolfo e il Sale: tra lo Spirito e la Materia. Se velenoso, diviene mercurio-argento vivo, l’agente che dissolve e rigenera, la conoscenza che può salvare o distruggere a seconda dell’uso che se ne fa. È il simbolo duplice della sapienza, della potenza trasmutatrice e del pericolo che comporta. Il serpente, dunque, non minaccia Venere ma la accompagna, come la forza vitale che la sostiene nel processo di purificazione.

Sopra il capo della dea si trova una conchiglia (o cornucopia), simbolo della fecondità e della nascita. È il grembo cosmico, il vaso in cui l’universo viene generato. La sua posizione sopra la testa indica che la fecondità di Venere non è solo fisica, ma spirituale: ella rappresenta la Materia spiritualizzata, la Regina dell’Opera, il recipiente del mondo. La conchiglia, con la sua forma spiralata, richiama il ritmo dell’esistenza, l’eterno ritorno della vita su se stessa. Di fronte al grembo, la rosa, fiore dell’amore e della conoscenza, suggella il mistero della generazione. È la rosa mistica, emblema del silenzio e della rivelazione, simbolo della bellezza che si apre solo a chi ha purificato lo sguardo. Posta in quel punto, inoltre, la rosa non è ornamento ma sigillo: indica che la vera nascita, la vera fecondità, è interiore, è la nascita del Sé attraverso l’amore e la consapevolezza.

Venere indossa un velo e una tiara. Il velo allude al mistero della conoscenza nascosta, quella che si disvela solo a chi ha completato il cammino della purificazione; la tiara, invece, ne indica la sovranità: Venere è regina non per potere ma per coscienza, perché unisce in sé il Cielo e la Terra. Dietro di lei, il drappo rosso e quello azzurro formano il fondale simbolico dell’intera composizione: il rosso, principio maschile e solare, rappresenta lo Zolfo, il fuoco attivo; l’azzurro, principio femminile e lunare, rappresenta il Mercurio, la sostanza passiva. Dalla loro unione nasce il viola, il colore della trasmutazione. L’albero che si innalza dietro la scena collega la terra al cielo: è l’Albero della Vita, l’asse del mondo, il punto in cui le forze ascendono e discendono in armonia.

Nel suo insieme, il dipinto non raffigura solo una scena amorosa ma un insegnamento esoterico: è la rappresentazione della coniunctio, l’unione dei principi, la fusione dell’umano e del divino, del sensibile e dello spirituale. Cupido e Venere non sono madre e figlio ma due polarità dell’Uno, due aspetti della stessa forza vitale che gioca a riconoscersi in sé stessa. Il gesto apparentemente profano di Cupido è dunque il segno del rinnovamento, il battesimo della materia con l’essenza dello spirito.

Tutto nel quadro — il colore, il gesto, la luce, i simboli — concorre a una sola idea: la vita come processo di trasmutazione continua.

Lorenzo Lotto, attraverso il linguaggio della bellezza, ci trasmette una verità sottile e universale: l’Amore è la forza che dissolve e ricompone, la Conoscenza è la trasformazione di ciò che siamo. La scena ci invita a riconoscere che nulla è puro o impuro, alto o basso, sacro o profano: ogni cosa partecipa del medesimo ritmo cosmico. In questo senso, Venere e Cupido diventa una tavola di meditazione sul mistero della creazione, sull’eterno ciclo di morte e rinascita, sulla necessità di accogliere il gioco delle polarità. Nel sorriso di Venere e nello sguardo innocente di Cupido si riflette l’intero universo, perché in quel gesto leggero si compie il segreto dell’Opera: dissolvere per ricomporre, morire per rinascere, amare per conoscere.

Alchimia Filosofica e Operativa: convergenze

Spesso si parla di alchimia e si tende a fare una distinzione piuttosto precisa tra il senso pratico dell’Arte e il suo sviluppo in chiave filosofica. Ad oggi la parte operativa è scarsamente praticata mentre lo studio delle teorie alchemiche come rappresentazione simbolica dei processi della vita è ben più vigoroso, soprattutto negli ambienti di carattere iniziatico e esoterico.

Per comprendere uno dei punti essenziali dell’Ars Regia è opportuno ricondurla alla sua radice di carattere storico e mitico. A Ermete Trismegisto viene leggendariamente attribuita l’assoluta maestria in tre arti: Alchimia, Astrologia e Teurgia. Accettando questo assunto come simboleggiante i significati intrinseci della Filosofia Ermetica, si può supporre che questa sia impregnata di queste discipline e viceversa. La chiave di comprensione dell’alchimia, pertanto, può risiedere anche nei principi fondanti dell’ermetismo. “Come in alto, così è in basso. Come dentro, così è fuori” rappresentano la quintessenza della pratica ermetica, e la ricerca di corrispondenze tra il mondo materiale e quello immateriale ha dato origine al doppio binario su cui il lavoro alchemico si muove: lavorazione dei metalli e lavorazione della propria interiorità. L’obiettivo, per entrambi i contesti, è la ricerca della trasmutazione della materia vile (da non confondere con la materia prima – n.d.a.) in oro. Questo assume, quindi, due significati. Dal punto di vista pratico si ricerca ciò che viene comunemente definita “Pietra Filosofale”: mezzo per trasmutare i metalli in oro e che garantisce la vita eterna; mentre da quello simbolico, invece, la lavorazione dei difetti e dell’ignoranza per poterli convertire in conoscenza e comunione con l’Assoluto.

Mentre l’allegoria tra i significati si presenta come concettualmente di facile accessibilità, la pratica alchemica (di entrambe le visioni!) è ciò che complica davvero il processo. Anzitutto va considerato che la parte dell’Arte relativa alla metamorfosi dei metalli in oro è stata sviluppata in maniera teorica esattamente come quella del percorso verso l’illuminazione: questi obiettivi non hanno un riscontro pratico, bensì unicamente mitico o leggendario. Da una parte si trovano racconti di alchimisti che hanno raggiunto la “gloria” dal punto di vista materiale (es. Nicolas Flamel, Geber e, secondo alcune leggende, Isaac Newton), dall’altra vi sono esempi di maestri spirituali illuminati.

In secondo luogo è utile prendere in considerazione il fatto che il cammino che dovrebbe portare a una più profonda conoscenza del sé e del Tutto è assolutamente personale; pertanto ogni simbolo, allegoria o archetipo – ossia i metodi principalmente usati dagli alchimisti per il racconto dell’Ars Regia – va interpretato non solo con la chiave dottrinale e con i significati tradizionali e tecnici, ma anche con un grande impiego di sensibilità personale e delle proprie aspirazioni, storia e personalità.

Il percorso della Grande Opera viene rappresentato da un susseguirsi di simboli, termini specifici, fasi di lavorazione etc. Se si avesse modo di meditare su ognuno di questi termini probabilmente si raggiungerebbe una profondissima conoscenza dell’Uomo, dell’Assoluto e della relazione tra i due. Purtroppo le argomentazioni alchemiche sono talmente variegate e ampie che non basta il tempo materiale di una vita per poterle comprendere e studiare nella loro totalità.

Rebis Alchemico: il simbolo della trascendenza del duale

Un metodo di lavoro incorretto per lo studio e l’applicazione di concetti relativi a un campo vasto e complesso come quello alchemico, corre il rischio di far spendere un grande ammontare di tempo e energie su una serie di speculazioni limitatamente pragmatiche. Questo non significa necessariamente che lo studio in cui ci si immerge possa essere inutile (mai lo è), bensì che i suoi effetti potrebbero venire riscontrati in maniera incidentale e molto avanti nel tempo.

Ciò che lo studio dell’alchimia può fare con agilità, invece, è dare una visione differente dei moti e delle energie che vanno a comporre la vita. Anzitutto liberando l’alchimia da tutti i suoi costrutti simbolici si può notare che il nucleo dell’arte sia composto da tre elementi: materia vile, lavorazione e pietra filosofale. In altri termini si potrebbe parlare di situazione di partenza, lavorazione/azione e obiettivo/risultato. Se si resta focalizzati sull’oro inteso come miglioramento sia del sé che delle manifestazioni in cui siamo immersi e lo si considera come proprio e unico obiettivo, allora vengono autonomamente dettate le regola della fase di lavorazione: in qualsiasi contesto i comportamenti che si sceglie di adottare, se sono dedicati al raggiungimento di un obiettivo, saranno meno dettati dalla cecità causata dalle emozioni, dall’improvvisazione o dall’attitudine. L’avere un proposito disegna automaticamente un percorso da seguire, magari impreciso, accidentato o nebuloso, ma sicuramente meno casuale (relativamente alla situazione specifica!) di quello che si adotterebbe a livello istintivo.

Il tipo di approccio operativo, però, non è del tutto naturale. Alberto Magno scrive nel suo “De Mineralibus” che l’alchimista “sceglierà con cura il tempo e le ore del suo lavoro. Sarà paziente, assiduo e perseverante” [cit.]. Queste condizioni che identificano il metodo possono sicuramente essere viste anche come utili alla scelta dei comportamenti e delle azioni che si vanno a adottare: un invito a cercare di limitare le impulsività caratteriali, darsi il tempo di ragionare e cercare di agire in maniera saggia. Mai farsi fermare dagli errori, dal dover correggere qualcosa né lasciarsi abbattere dalle delusioni. Essendo delle caratteristiche che raramente vengono attuate in maniera innata, è in questo caso che lo sforzo (di applicarle) viene rappresentato dal lavoro.

Naturalmente questo non è sempre possibile né rende infallibili, se così fosse non ci sarebbe bisogno di lavorare la materia grezza: si sarebbe già pietra filosofale! Va sottolineata, però, la grande differenza nel commettere un errore in maniera incontrollata oppure farlo come frutto di un ragionamento. Nel secondo caso è più facile incontrare le buche del proprio percorso, imparare a evitarle nel futuro e eventualmente tornare indietro per colmarle.

La chiave di ricerca della propria essenza deve essere principalmente lo specchio, eppure l’avere il supporto del sapere degli antichi e il cercare di comprendersi percorrendo i sentieri tracciati da dei saggi venuti prima di noi può sicuramente essere di grande beneficio.