Scheda Tecnica: 1 – Il Bagatto (Marsiglia)

La carta del Bagatto nei Tarocchi di Marsiglia è identificata con il numero I. Questa lama, spesso conosciuta come il Mago o il Giocoliere, rappresenta il principio dell’azione e del potere trasformativo che segue l’impulso primordiale del Matto. Il Bagatto incarna l’inizio del viaggio esoterico, segnando il momento in cui l’iniziato prende in mano gli strumenti della conoscenza e inizia il suo cammino consapevole.

Descrizione

Il Bagatto è raffigurato come un giovane uomo che si trova dietro un banco su cui sono disposti diversi oggetti. Tiene in mano uno strumento (una bacchetta o bastone) e indossa un cappello a forma di lemniscata (simbolo dell’infinito), presente anche come elemento grafico in alcune versioni. Gli oggetti sul tavolo rappresentano gli strumenti dei quattro semi: coppa, bastone, spada e denaro. Il colore dominante del vestiario è spesso il rosso, simbolo di energia, passione e vita.

Simbologia

• Tavolo con strumenti: rappresenta il potenziale e la materia grezza a disposizione dell’iniziato.
• Bastone/Bacchetta: il potere della volontà e dell’intento.
• Lemniscata: l’infinito, l’eternità, l’equilibrio delle forze cosmiche.
• Postura del personaggio: l’equilibrio tra ciò che è manifesto (azione) e ciò che è nascosto (intenzione).
• Cappello: simbolo dell’unione tra il mondo spirituale e quello materiale.
Il Bagatto è un simbolo potente dell’energia in potenza: tutto può essere, ma nulla è ancora stato deciso. È il regno della possibilità pura.

Archetipo

Il Bagatto rappresenta l’archetipo del Creatore o dell’Alchimista. È colui che dà inizio, che agisce, che trasforma il pensiero in forma. È la volontà concentrata che plasma la realtà: un archetipo solare, maschile e attivo, legato al concetto di manifestazione.

Significato iniziatico

Dal punto di vista iniziatico, il Bagatto rappresenta il neofita che ha ricevuto gli strumenti ma deve ancora comprenderne la portata. La sua posizione all’inizio del viaggio iniziatico suggerisce il momento della chiamata all’azione. È il passaggio dalla potenzialità all’intenzionalità: egli sa di avere delle capacità ma deve imparare a disciplinarle. In molte scuole esoteriche, il Bagatto è il simbolo dell’adepto che ha compreso la necessità di agire per conoscersi, mettendosi al servizio della trasformazione interiore. È un momento di entusiasmo, di curiosità, ma anche di ingenuità e bisogno di guida.

Scheda Tecnica: 19 – Il Sole (RWS)

La carta della Luna rappresenta il mondo dell’inconscio, dell’intuizione e del mistero. Associata alla notte, essa simboleggia ciò che è nascosto, illusorio o in attesa di essere svelato. Nel cammino iniziatico, la Luna rappresenta la fase di oscurità e incertezza che precede la rivelazione, un territorio ambiguo dove la verità è velata e il discernimento è messo alla prova.

Descrizione

Nel mazzo Rider Waite Smith, la Luna campeggia nel cielo notturno tra due torri gemelle. Un sentiero serpeggiante si estende da uno specchio d’acqua fino all’orizzonte. Un cane e un lupo ululano alla luna, simboli della dualità tra la natura addomesticata e quella selvaggia. Un gambero emerge dall’acqua, rappresentando l’inizio del viaggio dell’inconscio verso la luce della coscienza.

Simbolismo

– “La Luna”: rappresenta l’intuizione, le illusioni, i sogni e il mondo interiore.
– “Le Torri”: segnano il passaggio tra due mondi o due stati di coscienza.
– “Il Sentiero”: simboleggia il cammino spirituale che si snoda tra paure e illusioni.
– “Il Cane e il Lupo”: incarnano l’istinto civilizzato e quello selvaggio, che convivono nell’uomo.
– “Il Gambero”: indica l’ascesa dal subconscio, l’origine misteriosa della coscienza.
– “L’Acqua”: è il simbolo dell’inconscio e dell’origine della vita.

Archetipi

La Luna è l’archetipo della Madre Oscura, della notte e del mistero. Essa rappresenta il femminile nascosto, il potere intuitivo e l’aspetto ambiguo della verità. Come archetipo, la Luna ci invita ad attraversare l’oscurità per giungere alla consapevolezza.

Significato iniziatico

La Luna rappresenta una prova per l’iniziato: il confronto con le proprie illusioni, paure e desideri inconsci. Non si tratta di una fase di chiarezza, ma di smarrimento e incertezza necessaria. Il superamento di questa carta implica l’abilità di procedere nel buio affidandosi all’intuito, accettando l’ambiguità e trovando equilibrio tra istinto e coscienza. In termini iniziatici, essa rappresenta la discesa nel Sé più profondo prima della rinascita rappresentata dal Sole.

Alchimia Filosofica e Operativa: convergenze

Spesso si parla di alchimia e si tende a fare una distinzione piuttosto precisa tra il senso pratico dell’Arte e il suo sviluppo in chiave filosofica. Ad oggi la parte operativa è scarsamente praticata mentre lo studio delle teorie alchemiche come rappresentazione simbolica dei processi della vita è ben più vigoroso, soprattutto negli ambienti di carattere iniziatico e esoterico.

Per comprendere uno dei punti essenziali dell’Ars Regia è opportuno ricondurla alla sua radice di carattere storico e mitico. A Ermete Trismegisto viene leggendariamente attribuita l’assoluta maestria in tre arti: Alchimia, Astrologia e Teurgia. Accettando questo assunto come simboleggiante i significati intrinseci della Filosofia Ermetica, si può supporre che questa sia impregnata di queste discipline e viceversa. La chiave di comprensione dell’alchimia, pertanto, può risiedere anche nei principi fondanti dell’ermetismo. “Come in alto, così è in basso. Come dentro, così è fuori” rappresentano la quintessenza della pratica ermetica, e la ricerca di corrispondenze tra il mondo materiale e quello immateriale ha dato origine al doppio binario su cui il lavoro alchemico si muove: lavorazione dei metalli e lavorazione della propria interiorità. L’obiettivo, per entrambi i contesti, è la ricerca della trasmutazione della materia vile (da non confondere con la materia prima – n.d.a.) in oro. Questo assume, quindi, due significati. Dal punto di vista pratico si ricerca ciò che viene comunemente definita “Pietra Filosofale”: mezzo per trasmutare i metalli in oro e che garantisce la vita eterna; mentre da quello simbolico, invece, la lavorazione dei difetti e dell’ignoranza per poterli convertire in conoscenza e comunione con l’Assoluto.

Mentre l’allegoria tra i significati si presenta come concettualmente di facile accessibilità, la pratica alchemica (di entrambe le visioni!) è ciò che complica davvero il processo. Anzitutto va considerato che la parte dell’Arte relativa alla metamorfosi dei metalli in oro è stata sviluppata in maniera teorica esattamente come quella del percorso verso l’illuminazione: questi obiettivi non hanno un riscontro pratico, bensì unicamente mitico o leggendario. Da una parte si trovano racconti di alchimisti che hanno raggiunto la “gloria” dal punto di vista materiale (es. Nicolas Flamel, Geber e, secondo alcune leggende, Isaac Newton), dall’altra vi sono esempi di maestri spirituali illuminati.

In secondo luogo è utile prendere in considerazione il fatto che il cammino che dovrebbe portare a una più profonda conoscenza del sé e del Tutto è assolutamente personale; pertanto ogni simbolo, allegoria o archetipo – ossia i metodi principalmente usati dagli alchimisti per il racconto dell’Ars Regia – va interpretato non solo con la chiave dottrinale e con i significati tradizionali e tecnici, ma anche con un grande impiego di sensibilità personale e delle proprie aspirazioni, storia e personalità.

Il percorso della Grande Opera viene rappresentato da un susseguirsi di simboli, termini specifici, fasi di lavorazione etc. Se si avesse modo di meditare su ognuno di questi termini probabilmente si raggiungerebbe una profondissima conoscenza dell’Uomo, dell’Assoluto e della relazione tra i due. Purtroppo le argomentazioni alchemiche sono talmente variegate e ampie che non basta il tempo materiale di una vita per poterle comprendere e studiare nella loro totalità.

Rebis Alchemico: il simbolo della trascendenza del duale

Un metodo di lavoro incorretto per lo studio e l’applicazione di concetti relativi a un campo vasto e complesso come quello alchemico, corre il rischio di far spendere un grande ammontare di tempo e energie su una serie di speculazioni limitatamente pragmatiche. Questo non significa necessariamente che lo studio in cui ci si immerge possa essere inutile (mai lo è), bensì che i suoi effetti potrebbero venire riscontrati in maniera incidentale e molto avanti nel tempo.

Ciò che lo studio dell’alchimia può fare con agilità, invece, è dare una visione differente dei moti e delle energie che vanno a comporre la vita. Anzitutto liberando l’alchimia da tutti i suoi costrutti simbolici si può notare che il nucleo dell’arte sia composto da tre elementi: materia vile, lavorazione e pietra filosofale. In altri termini si potrebbe parlare di situazione di partenza, lavorazione/azione e obiettivo/risultato. Se si resta focalizzati sull’oro inteso come miglioramento sia del sé che delle manifestazioni in cui siamo immersi e lo si considera come proprio e unico obiettivo, allora vengono autonomamente dettate le regola della fase di lavorazione: in qualsiasi contesto i comportamenti che si sceglie di adottare, se sono dedicati al raggiungimento di un obiettivo, saranno meno dettati dalla cecità causata dalle emozioni, dall’improvvisazione o dall’attitudine. L’avere un proposito disegna automaticamente un percorso da seguire, magari impreciso, accidentato o nebuloso, ma sicuramente meno casuale (relativamente alla situazione specifica!) di quello che si adotterebbe a livello istintivo.

Il tipo di approccio operativo, però, non è del tutto naturale. Alberto Magno scrive nel suo “De Mineralibus” che l’alchimista “sceglierà con cura il tempo e le ore del suo lavoro. Sarà paziente, assiduo e perseverante” [cit.]. Queste condizioni che identificano il metodo possono sicuramente essere viste anche come utili alla scelta dei comportamenti e delle azioni che si vanno a adottare: un invito a cercare di limitare le impulsività caratteriali, darsi il tempo di ragionare e cercare di agire in maniera saggia. Mai farsi fermare dagli errori, dal dover correggere qualcosa né lasciarsi abbattere dalle delusioni. Essendo delle caratteristiche che raramente vengono attuate in maniera innata, è in questo caso che lo sforzo (di applicarle) viene rappresentato dal lavoro.

Naturalmente questo non è sempre possibile né rende infallibili, se così fosse non ci sarebbe bisogno di lavorare la materia grezza: si sarebbe già pietra filosofale! Va sottolineata, però, la grande differenza nel commettere un errore in maniera incontrollata oppure farlo come frutto di un ragionamento. Nel secondo caso è più facile incontrare le buche del proprio percorso, imparare a evitarle nel futuro e eventualmente tornare indietro per colmarle.

La chiave di ricerca della propria essenza deve essere principalmente lo specchio, eppure l’avere il supporto del sapere degli antichi e il cercare di comprendersi percorrendo i sentieri tracciati da dei saggi venuti prima di noi può sicuramente essere di grande beneficio.