L’Imperatrice è la terza carta degli Arcani Maggiori nel mazzo dei Tarocchi di Marsiglia. Simbolo di creatività, comunicazione, fertilità e autorità femminile, incarna il potere generativo e il principio attivo della conoscenza. La sua figura regale e serena si distingue per maestosità e consapevolezza.
Descrizione
L’Imperatrice è rappresentata seduta su un trono, con uno scettro in una mano e uno scudo decorato da un’aquila nell’altra. Indossa una corona sontuosa e abiti ricchi. Il trono è posizionato su un prato, evocando fertilità e natura. Il suo volto è calmo ma attento, indicando saggezza e controllo.
Archetipi rappresentati
L’Imperatrice rappresenta l’archetipo della Madre/Sovrana, colei che nutre e governa, che concepisce e gestisce. È l’archetipo della “creazione consapevole”, dove la conoscenza si trasforma in azione tangibile. Rappresenta anche la “Parola”, cioè la capacità di dare forma e ordine alle idee attraverso il linguaggio.
Significato iniziatico
In chiave iniziatica, l’Imperatrice rappresenta l’accesso al potere della parola e della manifestazione. Non è solo la comprensione astratta, ma la capacità di trasformare la conoscenza in realtà. L’iniziato che incontra questa carta è chiamato a dominare i simboli e a trasmettere il sapere in forma attiva. È il momento in cui il pensiero si fa azione, dove il sapere prende vita nel mondo. La sua connessione con l’aquila sottolinea l’importanza della visione superiore, mentre il suo trono la radica nella materia.
La Papessa nei Tarocchi di Marsiglia è una figura seduta tra due colonne, vestita con un ampio manto e un copricapo papale a tre livelli. Tene un libro semiaperto sulle ginocchia e lo sguardo rivolto verso il basso, come assorta nella lettura o in contemplazione interiore. La carta è dominata da toni di blu e rosso, colori legati alla conoscenza spirituale e alla passione controllata.
Simbologia
– Il libro aperto: simbolo della conoscenza esoterica e sacra, accessibile solo a chi è pronto. – Il velo dietro la Papessa: rappresenta il mistero, il non visibile, e separa il mondo manifesto da quello invisibile. – Il copricapo: indica un’autorità spirituale, una saggezza che va oltre il dogma. – L’abito: il blu e il rosso rappresentano la conoscenza divina e l’azione equilibrata.
Archetipi
La Papessa incarna l’archetipo della Sacerdotessa, custode dei misteri occulti e della conoscenza interiore. Rappresenta la passività feconda, il principio femminile ricettivo, l’intuizione profonda e il potere del silenzio e dell’attesa. È la conoscenza che si ottiene non attraverso l’azione, ma attraverso la contemplazione. Rappresenta anche la memoria ancestrale, l’inconscio collettivo, il sapere intuitivo e la connessione con la tradizione.
Significato iniziatico
In ambito iniziatico, la Papessa è la custode della soglia. Per l’iniziato, essa rappresenta il momento in cui il sapere trasmesso diventa sapere interiore. La carta invita al silenzio, alla meditazione e all’osservazione. Non è ancora il momento dell’azione, ma quello dell’interiorizzazione. Nell’Ars Regia, essa è spesso associata al Mercurio filosofico allo stato latente: il principio attivo è lì, ma non si manifesta finché non è stato contemplato e compreso. La Papessa è l’inizio della conoscenza vera, quella che si apre solo quando si è pronti a riceverla.
Nel mazzo dei Tarocchi di Marsiglia, Il Matto è raffigurato come un viandante che cammina verso destra, con uno zaino sulle spalle e un bastone. È spesso accompagnato da un cane che sembra tirare i suoi abiti. Il Matto non ha un numero assegnato in molte versioni del mazzo, rappresentando la sua natura fuori dallo schema ordinario degli Arcani Maggiori. I colori vivaci e il movimento implicano un senso di libertà, viaggio e incoscienza.
Archetipo
Il Matto incarna l’archetipo del viandante, del pellegrino spirituale, dello spirito libero che sfugge alle costrizioni sociali e intellettuali. È l’anima che inizia il suo viaggio, inconsapevole del suo potenziale ma spinta da un impulso interiore a cercare. Rappresenta anche l’antieroe o il folle sacro, colui che, nella sua apparente ingenuità, è in realtà vicino alla verità più profonda.
Simbologia
– Bastone e fagotto: il bastone simboleggia il sostegno spirituale o la volontà, mentre il fagotto rappresenta le esperienze e conoscenze inconsce che Il Matto porta con sé. – Il cane: può rappresentare l’istinto, la società che tenta di trattenere, oppure la guida dell’inconscio.
Significato iniziatico
Il Matto è la scintilla divina che dà inizio al cammino dell’iniziato. Non ancora imbrigliato dalle regole e dai dogmi, incarna la libertà assoluta dello spirito prima dell’incarnazione nei vincoli della materia. Nell’ottica esoterica, è colui che possiede il seme del tutto ma non ne ha ancora coscienza. Rappresenta il caos primordiale, lo zero, la potenzialità pura. È anche l’alchimista prima del laboratorio, il profano che ignora ancora i simboli ma è spinto da un fuoco sacro.
Fin dall’alba dei tempi, l’essere umano ha percepito nel suono qualcosa di sacro, un linguaggio che precede la parola e trascende la forma. Il suono è vibrazione, e la vibrazione è vita. Tutto ciò che esiste si muove, e ogni movimento genera una frequenza. Il corpo, la mente e lo spirito partecipano a questo concerto cosmico, risuonando con l’armonia o il disordine che li circonda. È in questa consapevolezza che nasce l’idea di un solfeggio umano: non solo una scala di note, ma un insieme di vibrazioni interiori capaci di condurre alla trasformazione.
La musica, i mantra, le preghiere, le intonazioni rituali non sono semplici espressioni estetiche: sono strumenti. Ogni suono, quando ripetuto con intenzione, diventa una chiave in grado di aprire porte interiori. Le antiche tradizioni lo sapevano bene: il canto gregoriano, i raga indiani, i mantra tibetani, le recitazioni islamiche durante le varie fasi della preghiera, tutto nasce dalla stessa intuizione — che il suono non serve solo a comunicare, ma a trasmutare. Quando pronunciamo o ascoltiamo una preghiera, ci accordiamo a una frequenza, ci allineiamo a un ritmo che può elevarci o dissolverci. Il suono diventa un ponte tra la materia e lo spirito, tra il visibile e l’invisibile.
Le campane sono forse il simbolo più universale di questa unione. Nessun rituale sacro ne è privo. Le troviamo nei templi buddhisti del Tibet, dove risuonano per accompagnare la meditazione e, nello specifico, sulla vacuità; nelle chiese cattoliche, dove annunciano il tempo sacro; nelle confraternite sufi, dove accompagnano la ripetizione del nome divino. Persino nei rituali massonici, la campana è presente, a segnare l’inizio e la fine del lavoro interiore. Quando il metallo vibra, non è solo l’aria a tremare: si espande la nostra parte sottile, quella che riconosce il richiamo del mondo invisibile. Il suono, infatti, è il movimento stesso dello spirito.
Il Kybalion, testo cardine della filosofia ermetica, ricorda che “Nulla è in quiete; tutto si muove; tutto vibra.”Il Principio di Vibrazione afferma che ogni cosa, dal più alto piano spirituale al più basso piano materiale, è energia in movimento. Quando comprendiamo questo, comprendiamo anche che modificare la nostra vibrazione significa modificare il nostro stato d’essere. Le emozioni, i pensieri, le parole — tutto emette frequenze. Se ci accordiamo con vibrazioni più armoniche, possiamo trasformare la nostra percezione della realtà.
Ecco allora che la musica diventa medicina, il suono diventa maestro. Una melodia malinconica può condurci alla riflessione e all’introspezione, mentre un ritmo solare può risvegliare energia e desiderio di vivere. Le vibrazioni non solo influenzano l’umore, ma anche la nostra visione del mondo. Ogni volta che una nota ci commuove, qualcosa dentro di noi si sposta, si riordina, si allinea. È un atto di risonanza spirituale.
La scienza antica dei toni solfeggio, riscoperta e reinterpretata in epoca moderna, si fonda su questo principio. Si dice che determinate frequenze abbiano il potere di ristabilire l’armonia interiore, di riequilibrare ciò che è dissonante. Che sia realtà o suggestione poco importa: ciò che conta è il risultato. Il suono agisce perché siamo fatti di vibrazione; il nostro corpo, i nostri pensieri, il nostro spirito, sono corde di uno stesso strumento. Quando ci accordiamo, tutto ciò che ci circonda risponde.
Ogni rito, in fondo, è un’operazione di risonanza. Le campane, i canti, i mantra, i tamburi, non servono a evocare divinità lontane, ma a ricordarci che il divino vibra dentro di noi. Quando il suono si espande nello spazio sacro, ciò che realmente si muove è la coscienza. Le vibrazioni “oltrepassano” i limiti del corpo, dissolvono il confine tra interno ed esterno, tra umano e divino. È per questo che in tutte le culture il suono è considerato un atto di potere, una forma di conoscenza esperienziale.
Nell’ascolto profondo del suono, non c’è separazione. Ciò che vibra fuori di noi risveglia ciò che vibra dentro. L’essere umano diventa parte di una sinfonia cosmica che non ha inizio né fine. Comprendere questo significa riscoprire il senso del principio ermetico: modificando la vibrazione, modifichiamo la realtà, perché “come in alto, così in basso; come dentro, così fuori.”
Così, il solfeggio umano non è un insieme di frequenze misurabili, ma un’arte interiore. È l’accordatura dell’anima con il suono del mondo, la capacità di ascoltare la musica che scorre sotto la superficie delle cose. È riconoscere che la vita intera è suono, che ogni emozione, pensiero o respiro è una nota di un’armonia più vasta. E che, forse, la più alta forma di conoscenza è saper ascoltare — dentro e fuori di noi — fino a percepire la vibrazione originaria da cui tutto nasce e a cui tutto ritorna.
La carta delle Stelle nel mazzo Rider Waite Smith raffigura una figura femminile nuda inginocchiata ai bordi di un piccolo specchio d’acqua. Con una mano versa dell’acqua nella pozza, con l’altra sulla terra. Sopra di lei brillano otto stelle di otto punte ciascuna, una più grande al centro e sette più piccole intorno. Alle sue spalle si intravede un albero. La scena è pervasa da un senso di pace, ispirazione e armonia.
Simboli presenti
– La donna nuda: verità, vulnerabilità, autenticità. – Le due anfore: fluire tra conscio e inconscio, dono e ricezione. – L’acqua e la terra: equilibrio tra emozioni e realtà. – La stella maggiore: guida, speranza, principio spirituale
8 Stelle: legge dell’Ottava
Archetipo
La carta rappresenta l’Archetipo della Speranza, della Guarigione e del reintegrarsi. È il ritorno alla calma dopo la distruzione simboleggiata dalla Torre. Le Stelle rappresentano un punto di orientamento, la capacità di guardare oltre la crisi e percepire un disegno superiore. La figura femminile, simile a una musa o a un angelo, rimanda a energie ancestrali connesse alla Natura, all’intuizione e alla saggezza universale.
Significato iniziatico
Nel cammino esoterico, Le Stelle rappresentano il momento di rivelazione e di apertura verso l’alto dopo una grande purificazione. È la carta dell’illuminazione interiore che si manifesta non con clamore ma con delicatezza e ispirazione. L’iniziato, attraverso Le Stelle, entra in connessione con la sua vera vocazione, con la Fonte primigenia e con il flusso cosmico. Dopo il crollo dell’ego (Torre), il Sé può rinascere nella sua verità più profonda. È un momento in cui la guida spirituale diventa percepibile e l’universo sembra rispondere con chiarezza.
La Torre è una carta drammatica che raffigura una torre colpita da un fulmine, con fiamme che ne escono dalla cima e due figure umane che precipitano nel vuoto. La scena è fortemente simbolica di distruzione improvvisa, crollo delle certezze e fine delle illusioni. Il cielo scuro e i frammenti che volano accentuano il senso di crisi.
Archetipi
La Torre rappresenta l’archetipo della Distruzione Creatrice. Nell’iniziazione esoterica, essa incarna il momento del crollo delle strutture dell’ego, una crisi interiore che conduce alla liberazione da vecchie convinzioni. Questa fase è essenziale per ricostruire una verità più profonda: non può esserci vera rinascita senza una morte simbolica del falso Sé.
Simbologia
– La Torre: simbolo delle costruzioni mentali, dell’ego, delle strutture artificiali. – Il Fulmine: l’intervento improvviso del divino, della verità che colpisce. – Le Fiamme: purificazione e trasformazione. – Le Figure che cadono: perdita di controllo, caduta dall’illusione alla realtà. – La Corona: rappresenta il potere materiale che viene rovesciato. – Il Cielo scuro: caos e turbamento, preludio a una rivelazione.
Significato Iniziatico
In chiave iniziatica, La Torre è la caduta necessaria dell’illusione. Simboleggia un momento critico ma fondamentale, dove l’adepto si trova costretto a confrontarsi con la verità nuda, senza filtri. L’apparente tragedia è, in realtà, l’opportunità di svincolarsi da ciò che è falso per avvicinarsi a ciò che è autentico. Ogni percorso alchemico o ermetico passa da questo ‘fulmine’, che distrugge ma prepara il terreno alla vera costruzione interiore.
Nella carta del Diavolo del mazzo Rider Waite Smith, al centro della scena campeggia una figura demoniaca con ali da pipistrello, zampe da capra e corna prominenti: un chiaro richiamo alla figura del Baphomet. Sotto di lui, una coppia di esseri umani nudi incatenati, analoghi a quelli presenti nella carta degli Amanti, ma qui in uno stato di servitù. Le catene sono allentate, simbolo della possibilità di liberazione. Il Diavolo alza la mano destra con il gesto della benedizione invertita, mentre nella sinistra tiene una torcia rivolta verso il basso. Lo sfondo è buio, e l’intera atmosfera è carica di tensione e potere opprimente.
Simbologia:
– Il Diavolo: rappresenta le forze dell’ombra, la tentazione, la schiavitù ai desideri materiali e carnali. – Le catene: indicano legami illusori e autoimposti; la libertà è sempre possibile. – Gli esseri umani nudi: rappresentano l’anima e il corpo, prigionieri delle passioni e della materia. – Il gesto invertito della mano: simbolo di potere rovesciato, evocazione delle energie disarmoniche. – La torcia verso il basso: luce che non illumina, ma brucia e consuma. – Le ali e le zampe: richiamano l’istinto animalesco e le pulsioni più basse. – Il pentacolo rovesciato: spesso associato alla deviazione del sacro, al materialismo spinto.
Archetipi rappresentati:
Il Diavolo incarna l’archetipo dell’Ombra: tutte quelle parti di sé che vengono represse, negate, temute. È anche l’archetipo del tentatore, del maestro oscuro che conduce alla consapevolezza passando attraverso la disillusione. Rappresenta la prova dell’anima, la necessità di confrontarsi con ciò che si cela nell’inconscio più profondo.
Significato iniziatico:
In chiave iniziatica, il Diavolo rappresenta la necessità del confronto con l’illusione e con l’attaccamento alla materia. Simboleggia il punto in cui l’iniziato deve superare la paura e la schiavitù dell’ego per poter accedere a una nuova consapevolezza. La liberazione non avviene combattendo l’ombra, ma integrandola. Il Diavolo è la proiezione delle nostre stesse catene: la chiave per uscirne risiede nella consapevolezza della propria libertà interiore.
Tra i testi più enigmatici e affascinanti della tradizione alchemica spicca il Mutus Liber, letteralmente “libro muto”. Pubblicato per la prima volta nel 1677 a La Rochelle, in Francia, e attribuito ad Altus (pseudonimo dietro cui alcuni hanno intravisto Jacob Saulat de Bergerac), quest’opera è considerata un vero e proprio capolavoro della letteratura ermetica. La sua particolarità sta nel fatto che non contiene lunghe spiegazioni testuali, ma quasi esclusivamente immagini: quindici tavole incise che narrano, in forma silenziosa, le tappe della Grande Opera alchemica.
Il silenzio del Mutus Liber è carico di significato: è un silenzio iniziatico, che invita il lettore a sospendere l’abitudine di “capire con la mente” e a lasciarsi guidare da un livello di conoscenza più intuitivo e contemplativo. L’alchimia, infatti, non è solo una disciplina teorica ma un cammino di trasformazione personale, e questo libro ne è una delle mappe più suggestive.
Le immagini ci introducono a una vera e propria storia, dove il protagonista (l’iniziato) intraprende il suo viaggio di trasformazione in armonia con la natura. La prima tavola mostra la preghiera e l’invocazione divina: l’opera inizia con un atto di apertura al Cielo, riconoscendo che ogni trasformazione autentica avviene con l’aiuto delle forze superiori. Seguono scene di raccolta della rugiada, simbolo di purezza e di forza vitale cosmica, e poi una serie di operazioni di distillazione, coobazione e purificazione.
Il percorso visivo del Mutus Liber ci porta attraverso le tre grandi fasi dell’Opus Magnum:
la Nigredo, la fase nera della putrefazione, in cui la materia e l’anima si disgregano per poter essere rinnovate;
la Albedo, la fase bianca, di purificazione e chiarificazione, in cui la coscienza si libera da ciò che è impuro;
la Rubedo, la fase rossa, in cui l’Opera si compie e la materia viene trasmutata in una nuova forma.
Le tavole rappresentano anche l’incontro e l’unione del Re e della Regina, del Sole e della Luna, dell’elemento maschile e di quello femminile: immagini potenti che ci parlano dell’armonia degli opposti e della loro necessaria fusione per generare una nuova realtà.
L’obiettivo di questi richiami e l’invito al lettore a concentrarsi con grande attenzione al superamento del duale, le “nozze chimiche” e la nascita dell’essere perfetto: il rebis alchemico.
La conclusione è la creazione della pietra filosofale, simbolo dell’unità e della perfezione ritrovata, ma anche della realizzazione interiore dell’adepto.
La bellezza del Mutus Liber sta nel fatto che ogni lettore può interpretare queste immagini secondo la propria sensibilità, la propria esperienza e il proprio momento di vita.
La forza del linguaggio utilizzato, quello simbolico, è quella di ricongiungersi al mondo archetipale per far sì che ognuno possa comprende e sviluppare il messaggio non da un punto di vista intellettuale ma a mezzo delle proprie percezioni, della propria sensibilità, delle proprie esperienza.
È per questo che gli insegnamenti contenuti nelle tavole sono considerati universali: non parlano in un’unica lingua, ma in mille lingue diverse, e a ciascuno sussurrano qualcosa di unico.
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Il Mutus Liber è un testo difficile. La sua complessità non è un ostacolo, ma una sfida: richiede studio, contemplazione, e persinoe la pratica della alchimia operativa, poiché alcune immagini celano riferimenti concreti ai processi di laboratorio.
È un libro che si apre lentamente, rivelando i suoi segreti solo a chi vi si accosta con pazienza e rispetto, proprio come accade in un percorso iniziatico.
A mio modo di vedere il Mutus Liber non è soltanto un antico trattato alchemico, ma una mappa interiore, un invito a guardarsi dentro e a riconoscere le proprie fasi di morte e rinascita, di crisi e guarigione.
È uno specchio silenzioso che ci ricorda che ogni momento di oscurità è il preludio a una nuova luce.
Queste sono mie considerazioni personali e che potrebbero mutare in futuro, maturate attraverso lo studio e di riflessione che abbisogna ancora di tempo, impegno, e dedizione: la strada non è finita e, presumibilmente, non finirà mai.
Ognuno, osservando queste tavole, potrà cogliere un significato diverso e altrettanto valido.
Ed è proprio questo, forse, il segreto del Mutus Liber: essere un’opera viva e che parla sempre a chi è pronto a ascoltarla.
Prima Tavola del Mutus Liber: un’invocazione che chieda aiuto per un risveglio
La carta raffigura un angelo androgino con ali rosse, in piedi con un piede sull’acqua e uno sulla terra. Tiene due coppe tra le mani, tra le quali versa un fluido in un flusso continuo, simbolo di equilibrio e scambio. Sul petto dell’angelo si vede un triangolo dentro un quadrato, simbolo dell’armonia tra spirito e materia. Dietro di lui si apre un sentiero che conduce verso una luce brillante tra le montagne.
Simboli presenti e loro significato
– Angelo: Entità spirituale, messaggero tra cielo e terra. – Ali rosse: Trasformazione e azione spirituale. – Coppe: Rappresentano l’equilibrio tra due polarità. – Flusso d’acqua: Continuità, movimento armonico, trasmutazione. – Triangolo nel quadrato: L’unione dell’eterno con il mondo terreno – Piede in acqua e uno sulla terra: Connessione tra inconscio e conscio. – Sentiero e luce finale: Il cammino verso l’illuminazione.
Archetipo
La Temperanza rappresenta l’archetipo dell’alchimista spirituale, colui che sa unire gli opposti e trasmutare attraverso la moderazione, l’armonia e l’equilibrio.
Significato iniziatico
In chiave iniziatica, la Temperanza è il simbolo del giusto mezzo, dell’equilibrio necessario al cammino interiore. Essa insegna l’arte della misura, il dominio degli impulsi e l’importanza dell’adattamento nel percorso di elevazione spirituale. Il fluido che passa tra le due coppe simboleggia il fluire dell’energia vitale che l’iniziato deve imparare a gestire. È una carta che ricorda la centralità dell’armonia e dell’equilibrio nei misteri esoterici e nel lavoro alchemico interiore.
Nell’immaginario alchemico, ogni fase del Magnum Opus (la “Grande Opera”) rappresenta non soltanto un processo chimico o simbolico, ma una tappa necessaria nel cammino interiore. Tra queste, la Putrefactio occupa un posto cruciale: essa è la disgregazione, la dissoluzione, la morte apparente che prepara la via alla rinascita.
Il termine evoca immagini di corruzione e decomposizione: la materia che si scioglie, il corpo che perde la sua forma, il dissolversi di ciò che prima appariva solido e stabile. Ma, lungi dall’essere solo un atto di distruzione, la Putrefactio è un ritorno al principio vitale.
Quando un corpo si decompone, esso non “finisce” nel nulla: diventa nutrimento, humus, sostegno per altre forme viventi. In questo senso, la sua morte è solo la fine di una manifestazione della vita e delle sue proprie percezioni, mentre la vita stessa continua trasmutandosi. cambiando abito e forma.
L’alchimia, con i suoi simboli, ci invita a riconoscere che ciò che chiamiamo morte non è altro che il passaggio da uno stato all’altro. Se l’Io si identifica soltanto con la sua forma materiale, allora la morte appare come la fine assoluta. Ma se comprendiamo di appartenere al Tutto, allora la morte si rivela come un passaggio, la riconsegna dei nostri elementi alla totalità della vita.
Ciò che eravamo diventa parte di ciò che sarà. La putrefazione non è quindi annientamento, ma trasformazione.
Questo principio non riguarda soltanto la materia, ma anche la vita interiore. La Putrefactio trova il suo riflesso nei momenti di dolore, di perdita, di crisi che inevitabilmente attraversiamo. Ogni sofferenza profonda porta con sé una morte simbolica: muore un’immagine di noi, muoiono certezze, illusioni, legami. Ma da quel disfacimento nasce la possibilità di una nuova consapevolezza, di un io rigenerato, più autentico.
Come il seme deve marcire nella terra prima di germogliare, così l’essere umano deve attraversare il buio della dissoluzione per poter rinascere a sé stesso.
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Non a caso, molte tradizioni iniziatiche parlano di morte iniziatica. Nel rito, l’iniziando affronta simbolicamente la propria dissoluzione: egli “muore” rispetto al profano che era, per rinascere come iniziato, portatore (o spettatore) di una nuova luce e di un nuovo sapere. Questo atto rituale riproduce, in forma simbolica e interiore, il medesimo processo della Putrefactio: disgregare per ricreare, lasciare morire ciò che è vecchio affinché possa emergere ciò che è nuovo.
La lezione della Putrefactio è allora universale: non possiamo evitare la morte, sia essa fisica o simbolica, ma possiamo comprenderne il significato profondo.
Essa non è un muro invalicabile, bensì una porta. È la fine di una nostra forma, non della vita. È l’inizio di un’altra manifestazione, diversa, ma comunque parte del ciclo eterno del Tutto.
Accettare la Putrefactio significa accettare il principio stesso della vita: che ogni nascita porta in sé la promessa di una morte, e ogni morte custodisce in sé il seme di una nuova vita. È un invito a guardare con occhi nuovi al dolore, alla perdita, al disfacimento: non come condanne, ma come occasioni di rigenerazione. Solo chi ha il coraggio di accettare la morte (propria o altrui) come un percorso ineluttabile dell’Essenza può davvero rinascere e imparare a conoscerla e riconoscerla.
In questo senso, la Putrefactio non è soltanto una fase alchemica, ma un archetipo esistenziale: ci insegna che la vita non appartiene alla singola manifestazione che chiamiamo “io” o alla percezione che questo ha del mondo e di sé, ma al flusso infinito in cui ogni cosa si disfa per rinascere. E se siamo parte di questo flusso o impariamo a comprenderlo, accettarlo e integrarci a lui, allora, in verità, la morte non esiste.
Rappresentazione alchemico-simbolica della Nigredo: la fase della Grande Opera a cui la “Putrefactio” fa riferimento. In calce “Omnia ad uno et in unum omnia” (Tutto verso l’Uno, l’Uno in tutto). Sulle pagine del libro, invece: “Mutus Liber: lege, lege, relege, labora et invenies” (Mutus Liber: leggi, leggi e rileggi, lavora duramente e troverai). Interessante notare il Sigillo di Salomone, rappresentante l’unità del Tutto, inciso sul segnalibro.