Il Kybalion: 6 – Principio di Causa e Effetto

Nel grande disegno dell’universo descritto nel Kybalion il Sesto Principio Ermetico, definito “di Causa e Effetto” ci invita a osservare la realtà con occhi più profondi: nulla è come appare, Tutto è causa e conseguenza di una infinita serie di conseguenze (a loro volta cause). Il principio recita:

“Ogni Causa ha il suo Effetto, ogni Effetto ha la sua Causa. Tutto avviene secondo Legge; la Fortuna non è che il nome dato a una Legge non riconosciuta: vi sono molti piani di causalità, ma nulla sfugge alla Legge.”

A prima vista può sembrare un richiamo a una forma particolarmente rudimentale di determinismo: a ogni azione corrisponde una reazione, a ogni scelta una conseguenza; ma il significato ermetico è molto più vasto: ogni cosa che accade, ogni pensiero, ogni evento, ogni parola detta (o non detta), è l’effetto di cause precedenti e, a sua volta, diventerà causa di altre conseguenze, anche se ignote.

Siamo immersi in una rete infinita di cause ed effetti, dove nulla accade per caso, anche se non siamo in grado di vederne i fili. L’illusione del caos o della casualità nasce semplicemente dalla nostra incapacità di percepire e comprendere l’intero intreccio.

Tutto ciò che esiste è – in ogni preciso istante – la sintesi (vivente o meno!) di innumerevoli cause: genetiche, culturali, storiche, biologiche, psicologiche… Ogni essere umano è figlio del tempo e delle scelte di altri, delle sue decisioni passate, dei gesti di persone mai conosciute, delle scelte prese persino dai popoli antichi: l’effetto di onde causali che si sono propagate per millenni.

Eppure tutto ciò risulta essere anche una causa attiva: parole, pensieri e scelte si propagano nel campo dell’esistenza generando conseguenze incalcolabili. Alcune saranno visibili mentre altre si manifesteranno in tempi e luoghi che, sconosciuti o talmente lontani nel tempo e nello spazio, non potremo mai vedere, e questo vale per ogni cosa esistente.

Questo principio trova un’affinità profonda con la visione buddhista dell’interdipendenza: nulla esiste da solo né nulla si manifesta autonomamente. Ogni fenomeno sorge in relazione ad altro. Nulla ha un’esistenza indipendente e incondizionata da fattori che lo sostengono e plasmano.

Seguendo questo assioma, esistendo noi nel Tutto si può dedurre che: “Tutto ha un’esistenza dipendente e condizionata da fattori che lo sostengono e lo plasmano”.

Un fiore non è solo un fiore: è anche il sole, la pioggia, il terreno, il seme, il tempo, l’ape, il contadino, l’aria. Se anche solo uno di questi elementi mancasse, il fiore non esisterebbe, o quantomeno non sarebbe così come è.

Il Kybalion e il Dharma si incontrano in questa intuizione: la realtà non è lineare, ma reticolare. Non c’è un’unica causa per un effetto, ma una tessitura di condizioni, la maggior parte delle quali risulta sconosciuta.

Proprio per questa infinità di cause, nulla potrebbe essere diverso da com’è. Ogni evento, per quanto possa apparire ingiusto o inspiegabile, è il risultato esatto di un’infinità di condizioni che lo hanno reso possibile.

Dato le condizioni reali che hanno influenzato il sorgere di determinate manifestazioni, l’effetto che ne scaturisce è inevitabile e perfetto, nel senso che non poteva accadere che così; pertanto “Tutto è giusto e perfetto”.

Questa non è rassegnazione, ma comprensione profonda. Accettare che ogni cosa sia come dev’essere – perché condizionata da infinite cause – può diventare una forma di pace. Quando smettiamo di lottare contro il passato o contro ciò che è, iniziamo a fluire con la legge, non più schiavi del caso, ma co-creatori consapevoli del nostro presente (v. Principio del Mentalismo).

La saggezza del Kybalion cerca di spronare anche a passare dal piano dell’effetto al piano della causa. La maggior parte del tempo viviamo reagendo agli stimoli, alle emozioni, alle circostanze, ma l’iniziato dovrebbe imparare a diventare causa consapevole, a scegliere con intenzione i propri pensieri, le parole, le azioni. Non per controllare tutto ma per agire con lucidità nel “campo del possibile” sapendo che ogni azione può essere interpretata come un seme.

Diventare causa significa anche assumersi la responsabilità della propria realtà, non perché tutto dipenda da noi, ma perché siamo parte attiva dell’Esistenza stessa, e il modo in cui ci muoviamo in essa può fare la differenza.

Il Sesto Principio Ermetico ci chiama a vivere con consapevolezza in un mondo dove nulla è separato, dove ogni pensiero lascia una traccia e ogni evento è l’espressione visibile di forze invisibili.

Comprendere questo significa aprirsi a una visione più ampia, umile e interconnessa dell’esistenza, e forse anche a una nuova forma di fiducia: tutto è dove deve essere, e da ogni punto si può generare un nuovo inizio.

Interdipendenza tra Materiale e Immateriale

Sia nelle religioni abramitiche che nell’Epopea di Gilgamesh, nella cultura taoista, in alcuni miti ellenici e persino in parte di quelli amazzonici la prima azione che l’Assoluto (in qualsiasi modo questo venga rappresentato) compie è quella di separare il Cielo e la Terra. A livello simbolico è piuttosto semplice indicare questa differenziazione come rappresentazione del mondo materiale e di quello impalpabile.

Si può supporre che il dualismo si manifesti per la prima volta in questo contesto.

Seguendo il Principio di Polarità della Filosofia Ermetica, queste manifestazioni non sono opposte bensì complementari. La complementarietà di questi due elementi va necessariamente a rappresentare la fonte superiore da cui scaturiscono: il Tutto Esistente. Unitamente all’integrarsi tra loro, però, sono anche interdipendenti: nessuno dei due può esistere senza l’altro. Oltre all’influenzarsi vicendevolmente, sia la forma materiale che quella invisibile sono fondamentali per la creazione del proprio rovescio. Non ci potrebbe essere un mondo sottile senza la presenza di quello grossolano poiché è l’esistenza stessa di qualcosa a rendere definibile (e quindi esistente) ciò che da lei è diverso.

Nulla esiste in maniera indipendente ma solo a mezzo di relazione con altri elementi.

Abbiamo percezione di un fenomeno unicamente quando questo entra in un rapporto – fisico o mentale – con noi. Se non ci capita di incontrarlo nella nostra sfera questo, secondo la nostra personale concezione del mondo, non esiste.

Cosmogonia ermetica spiegata attraverso i simboli

Dando credito all’assioma ermetico: “come in alto così è in basso, come all’esterno così all’interno” si può prendere in considerazione quanto anche l’interiorità degli esseri sia strettamente relazionata al corpo che la contiene. Il corpo, ossia la manifestazione materiale della nostra essenza, è il mezzo per fare esperienza del mondo. Attraverso i cinque sensi permette le percezioni, ossia la via di comunicazione tra il corpo e la materia sottile che lo anima. Il corpo fisico è quello che permette di ricevere e condividere informazioni, avere interazione con altri elementi e riuscire a comprendere la realtà. Il corpo mentale (per semplicità soprassiedo alla distinzione tra anima e spirito n.d.a.), invece, è ciò che rielabora le informazioni, le sviluppa, crea pensieri e immaginazione. Concetti come la forza di volontà, il pensiero e l’attività risiedono nella parte invisibile degli esseri mentre il corpo fisico è quello che passivamente fa da tramite tra il mondo esterno e quello interno.

Sempre per un discorso relativo all’interdipendenza è importante pensare che il corpo, se privato della parte sottile (al momento della morte), si disgrega. Dalla putrefazione della materia, però, si creano degli elementi nutritivi per altre forme di vita nonché, semplicemente, si trasforma mutando la sua composizione e la sua apparenza ma senza scomparire. È evidente che la propria morte sia percepita come la fine dell’esistenza, ma in realtà è la fine della percezione del Tutto da parte della forma presente, non dell’essenza assoluta. Se si guarda da un piano più alto la vita non finisce: semplicemente anziché una manifestazione con una determinata identità ne assume altre. Questo fa pensare, sempre seguendo lo “specchio” tra mondo materiale e sottile, che al momento della separazione tra corpo fisico e mentale anche il secondo non smetta di esistere, ma possa scindersi in varie forme pensiero poi disperse nell’etere e/o pronte a ricoagularsi sotto altre forme.

Come più volte sottolineato l’interdipendenza tra i due elementi è ciò che crea l’Esistenza stessa e la riconoscibilità di ognuna delle due parti. È proprio al momento della morte che si rappresenta il fatto dell’esistenza in forma individuale (corpo e mente) che finisce a causa della separazione delle parti che lo compongono, ma che al contempo continua in forma assoluta (piano materiale e piano immateriale) in quanto quella che si disgrega è solo una delle infinite manifestazioni del Tutto, pertanto l’equilibrio delle cose si modifica a livello estetico ma resta immutato nella sua parte sostanziale.

Spesso si parla di “dissoluzione dell’Ego” come uno degli obiettivi massimi da raggiungere in questa vita. L’Ego, invece, è fondamentale per la percezione dell’esistenza stessa. Se non avessimo un senso di separazione dal mondo che ci circonda non avremmo modo di interagirci e pertanto di sperimentare, ossia di percepire l’Esistenza esistendo. Secondo le regole iniziatiche espresse sopra, ciò che percepiamo corrisponde alla nostra personale interpretazione della realtà (per questo abbiamo una visione parziale: per ovvi motivi riusciamo a interagire solo con una minima parte del Tutto!).

Se non avessimo un Ego a mezzo del quale sperimentare l’Assoluto, o non avremmo modo di esistere o non saremmo in grado di percepire la nostra esistenza.