Oltre il Due: il superamento del duale e l’alchimia dell’unità interiore

Da sempre la mente umana osserva il mondo attraverso coppie di opposti: luce e ombra, bene e male, maschile e femminile, attività e passività. Il pensiero duale è la prima lente con cui interpretiamo la realtà, il modo più immediato per ordinarla. Ma ogni tradizione esoterica, dall’alchimia all’ermetismo, insegna che questa divisione è solo apparente: una soglia da superare, non un confine da idolatrare. L’evoluzione interiore inizia proprio quando comprendiamo che gli opposti sono due volti della stessa sostanza e che il vero lavoro non è scegliere tra essi, bensì integrarli.

Il simbolo che più di tutti raffigura questo superamento è il Rebis, l’androginia perfetta dell’alchimia: l’unione del Re e della Regina, dello zolfo e del mercurio, del principio solare e di quello lunare. Nel suo corpo biunitario, metà maschile e metà femminile, il Rebis rappresenta ciò che accade quando l’iniziazione raggiunge la fase in cui gli opposti smettono di combattersi e cominciano a compenetrarsi. Non più tensione tra forze rivali, ma matrimonio chimico, nozze interiori in cui ogni polarità ritrova il proprio senso nell’altra, come il soffio vitale che ha bisogno sia dell’inspirazione che dell’espirazione.

L’alchimia, infatti, non concepisce la luce come “buona” e l’ombra come “cattiva”: entrambe sono necessarie alla Grande Opera. La notte è il laboratorio in cui avviene la decomposizione e la rinascita delle forme; il giorno è la manifestazione del nuovo stato. Nella figura androgina del Rebis, luce e ombra convivono senza annullarsi: esse esistono in funzione l’una dell’altra, e la loro integrazione è la vera trasmutazione.

Questa visione trova eco nel Principio di Polarità del Kybalion, secondo cui “gli opposti sono identici in natura, differiscono solo di grado”. Non esistono bene e male come entità separate: sono estremi di una stessa scala vibratoria, come caldo e freddo, movimento e quiete, espansione e contrazione. L’interdipendenza tra gli opposti è totale: nessuno dei due potrebbe esistere senza il suo contrario, perché ciascuno definisce l’altro. La “bontà” di un’energia, dunque, non appartiene all’energia stessa, ma alla nostra percezione, ai nostri desideri, alle nostre aspettative. Non è la vibrazione a essere positiva o negativa, siamo noi a etichettarla in base al suo impatto sulla nostra vita contingente.

Lo stesso vale nel linguaggio simbolico dell’astrologia. Saturno, spesso chiamato “Il Grande Malefico”, non è affatto un portatore di sventura. È il simbolo della prova, della disciplina, della necessità di struttura. Le sue energie, che molti percepiscono come dure o pesanti, non sono “cattive”: sono semplicemente funzionali. Saturno concentra, limita, raffredda: ma è attraverso questi movimenti che la forma si consolida e la maturità prende corpo. Ciò che talvolta viviamo come blocco è, nel linguaggio dell’iniziazione, la possibilità di sviluppare coerenza, profondità e responsabilità. Saturno è l’incudine dove il ferro dell’essere viene temprato.

Anche interiormente gli opposti si muovono allo stesso modo. I nostri impulsi non sono mai puramente benefici o dannosi: sono, prima di tutto, energia. Possono diventare forza creativa o distruttiva a seconda di come li leggiamo, li accogliamo e li trasformiamo. La rabbia può diventare lucidità e potere d’azione; la paura può farsi prudenza e saggezza; l’ego ferito può trasformarsi in ricerca di autenticità. Non si tratta di reprimere ciò che sorge dentro di noi né di moralizzarlo, ma di comprenderlo e trasmutarlo: questa è la vera alchimia, la trasformazione del piombo in oro, dell’istinto cieco in consapevolezza luminosa.

Superare il duale non significa negare gli opposti, né aspirare a una neutralità sterile. Significa riconoscere che ogni polarità è un frammento dell’Unità, e che l’essere umano, nella sua ricerca spirituale, è chiamato a ricomporre ciò che appare separato. Significa accettare che la vita è un continuo oscillare tra poli complementari, e che il nostro compito non è schierarci ma armonizzare, trovare il punto in cui la tensione si scioglie in equilibrio dinamico.

Il superamento del duale non è una fuga dal mondo, ma un atto di maturità interiore: la consapevolezza che ogni esperienza, ogni energia, ogni moto dell’animo è materiale utile per la nostra opera. Buono e cattivo perdono il loro valore assoluto e diventano strumenti. Nella fusione degli opposti, nella loro danza, nasce la vera libertà: quella dell’alchimista che, invece di giudicare il fuoco o l’acqua, li usa entrambi per trasformare sé stesso.

E come il Rebis insegna, la completezza non si trova scegliendo un lato, ma accogliendo entrambi. Solo allora il duale si dissolve e rimane ciò che è sempre stato: un’illusione necessaria, un velame che ci permette, passo dopo passo, di ricordare la nostra natura originaria: unitaria, indivisa, intera.

Non esistono energie positive o energie negative. Esistono solo energie. Il giudizio sulla loro qualità risiede unicamente nel modo in cui ci approcciamo a esse.

Alchimia Filosofica e Operativa: convergenze

Spesso si parla di alchimia e si tende a fare una distinzione piuttosto precisa tra il senso pratico dell’Arte e il suo sviluppo in chiave filosofica. Ad oggi la parte operativa è scarsamente praticata mentre lo studio delle teorie alchemiche come rappresentazione simbolica dei processi della vita è ben più vigoroso, soprattutto negli ambienti di carattere iniziatico e esoterico.

Per comprendere uno dei punti essenziali dell’Ars Regia è opportuno ricondurla alla sua radice di carattere storico e mitico. A Ermete Trismegisto viene leggendariamente attribuita l’assoluta maestria in tre arti: Alchimia, Astrologia e Teurgia. Accettando questo assunto come simboleggiante i significati intrinseci della Filosofia Ermetica, si può supporre che questa sia impregnata di queste discipline e viceversa. La chiave di comprensione dell’alchimia, pertanto, può risiedere anche nei principi fondanti dell’ermetismo. “Come in alto, così è in basso. Come dentro, così è fuori” rappresentano la quintessenza della pratica ermetica, e la ricerca di corrispondenze tra il mondo materiale e quello immateriale ha dato origine al doppio binario su cui il lavoro alchemico si muove: lavorazione dei metalli e lavorazione della propria interiorità. L’obiettivo, per entrambi i contesti, è la ricerca della trasmutazione della materia vile (da non confondere con la materia prima – n.d.a.) in oro. Questo assume, quindi, due significati. Dal punto di vista pratico si ricerca ciò che viene comunemente definita “Pietra Filosofale”: mezzo per trasmutare i metalli in oro e che garantisce la vita eterna; mentre da quello simbolico, invece, la lavorazione dei difetti e dell’ignoranza per poterli convertire in conoscenza e comunione con l’Assoluto.

Mentre l’allegoria tra i significati si presenta come concettualmente di facile accessibilità, la pratica alchemica (di entrambe le visioni!) è ciò che complica davvero il processo. Anzitutto va considerato che la parte dell’Arte relativa alla metamorfosi dei metalli in oro è stata sviluppata in maniera teorica esattamente come quella del percorso verso l’illuminazione: questi obiettivi non hanno un riscontro pratico, bensì unicamente mitico o leggendario. Da una parte si trovano racconti di alchimisti che hanno raggiunto la “gloria” dal punto di vista materiale (es. Nicolas Flamel, Geber e, secondo alcune leggende, Isaac Newton), dall’altra vi sono esempi di maestri spirituali illuminati.

In secondo luogo è utile prendere in considerazione il fatto che il cammino che dovrebbe portare a una più profonda conoscenza del sé e del Tutto è assolutamente personale; pertanto ogni simbolo, allegoria o archetipo – ossia i metodi principalmente usati dagli alchimisti per il racconto dell’Ars Regia – va interpretato non solo con la chiave dottrinale e con i significati tradizionali e tecnici, ma anche con un grande impiego di sensibilità personale e delle proprie aspirazioni, storia e personalità.

Il percorso della Grande Opera viene rappresentato da un susseguirsi di simboli, termini specifici, fasi di lavorazione etc. Se si avesse modo di meditare su ognuno di questi termini probabilmente si raggiungerebbe una profondissima conoscenza dell’Uomo, dell’Assoluto e della relazione tra i due. Purtroppo le argomentazioni alchemiche sono talmente variegate e ampie che non basta il tempo materiale di una vita per poterle comprendere e studiare nella loro totalità.

Rebis Alchemico: il simbolo della trascendenza del duale

Un metodo di lavoro incorretto per lo studio e l’applicazione di concetti relativi a un campo vasto e complesso come quello alchemico, corre il rischio di far spendere un grande ammontare di tempo e energie su una serie di speculazioni limitatamente pragmatiche. Questo non significa necessariamente che lo studio in cui ci si immerge possa essere inutile (mai lo è), bensì che i suoi effetti potrebbero venire riscontrati in maniera incidentale e molto avanti nel tempo.

Ciò che lo studio dell’alchimia può fare con agilità, invece, è dare una visione differente dei moti e delle energie che vanno a comporre la vita. Anzitutto liberando l’alchimia da tutti i suoi costrutti simbolici si può notare che il nucleo dell’arte sia composto da tre elementi: materia vile, lavorazione e pietra filosofale. In altri termini si potrebbe parlare di situazione di partenza, lavorazione/azione e obiettivo/risultato. Se si resta focalizzati sull’oro inteso come miglioramento sia del sé che delle manifestazioni in cui siamo immersi e lo si considera come proprio e unico obiettivo, allora vengono autonomamente dettate le regola della fase di lavorazione: in qualsiasi contesto i comportamenti che si sceglie di adottare, se sono dedicati al raggiungimento di un obiettivo, saranno meno dettati dalla cecità causata dalle emozioni, dall’improvvisazione o dall’attitudine. L’avere un proposito disegna automaticamente un percorso da seguire, magari impreciso, accidentato o nebuloso, ma sicuramente meno casuale (relativamente alla situazione specifica!) di quello che si adotterebbe a livello istintivo.

Il tipo di approccio operativo, però, non è del tutto naturale. Alberto Magno scrive nel suo “De Mineralibus” che l’alchimista “sceglierà con cura il tempo e le ore del suo lavoro. Sarà paziente, assiduo e perseverante” [cit.]. Queste condizioni che identificano il metodo possono sicuramente essere viste anche come utili alla scelta dei comportamenti e delle azioni che si vanno a adottare: un invito a cercare di limitare le impulsività caratteriali, darsi il tempo di ragionare e cercare di agire in maniera saggia. Mai farsi fermare dagli errori, dal dover correggere qualcosa né lasciarsi abbattere dalle delusioni. Essendo delle caratteristiche che raramente vengono attuate in maniera innata, è in questo caso che lo sforzo (di applicarle) viene rappresentato dal lavoro.

Naturalmente questo non è sempre possibile né rende infallibili, se così fosse non ci sarebbe bisogno di lavorare la materia grezza: si sarebbe già pietra filosofale! Va sottolineata, però, la grande differenza nel commettere un errore in maniera incontrollata oppure farlo come frutto di un ragionamento. Nel secondo caso è più facile incontrare le buche del proprio percorso, imparare a evitarle nel futuro e eventualmente tornare indietro per colmarle.

La chiave di ricerca della propria essenza deve essere principalmente lo specchio, eppure l’avere il supporto del sapere degli antichi e il cercare di comprendersi percorrendo i sentieri tracciati da dei saggi venuti prima di noi può sicuramente essere di grande beneficio.