Astrologia: specchio del cielo, specchio della terra

Quando si parla di astrologia, il pensiero comune corre subito all’idea di una pratica capace di prevedere il futuro. Questa concezione, però, è riduttiva e fuorviante. L’astrologia, nella sua radice simbolica e tradizionale, non è un oroscopo di facile consumo, ma un linguaggio che descrive le energie fondamentali che muovono il cosmo e che agiscono, in forme archetipiche, anche nella vita dell’essere umano.

Gli archetipi che incontriamo nello zodiaco – le figure dei pianeti, dei segni, delle case, i significati, le rappresentazioni “caratteriali” di ogni zona o movimento – non sono forze materiali che decidono il nostro destino, ma immagini universali che rappresentano i grandi principi dell’esistenza: la nascita, la morte, la trasformazione, la ricerca dell’armonia, il conflitto, l’amore, il potere creativo…

Ogni tema natale non è una “sentenza”, ma uno specchio che ci restituisce una mappa simbolica dell’essere in assoluto e, in specifici casi in cui possiamo incontrarci, del nostro personale “essere”. Tutto è rappresentato nel complesso sistema geometrico e simbolico dell’astrologia: il nostro potenziale, le nostre debolezze, i nostri pregi e le nostre sfide interiori.

Sfruttando questo tipo di “visione” possiamo interpretare e sfruttare l’astrologia come unità di misura della nostra essenza e andare a migliorare i punti in cui è importante farlo, limarne altri, addirittura costruirne degli altri.

Come sottolineava Oswald Wirth (1860 – 1943), studioso di esoterismo e simbologia, l’astrologia non deve essere intesa come superstizione, ma come uno strumento iniziatico. La sua funzione è accompagnare chi vi si avvicina in un percorso di crescita personale, aiutando a prendere coscienza delle dinamiche interiori e delle loro corrispondenze con il mondo esterno.

In questo senso, il cammino astrologico può essere suddiviso in fasi: dapprima la conoscenza dei simboli, poi la loro interiorizzazione, infine la capacità di riconoscere come si riflettano nella propria vita. È un lavoro di auto-conoscenza che porta a una visione più ampia e consapevole dell’esistenza.

L’astrologia, dunque, non ci dice cosa accadrà, ma come possiamo leggere ciò che accade o ci è accaduto. Non offre certezze su un futuro immutabile, bensì strumenti per comprendere la qualità dei momenti che viviamo e per orientarci con maggiore lucidità.

È uno specchio, uno strumento riflessivo che ci mostra chi siamo, dentro e fuori, e che ci ricorda il principio ermetico dell’analogia: “come in alto, così in basso”. Ciò che osserviamo nel cielo è la rappresentazione simbolica di ciò che vive dentro di noi.

Il tema della libertà è centrale. Se è vero che non possediamo un libero arbitrio assoluto (tema trattato in questo articolo), poiché siamo condizionati da fattori biologici, sociali e culturali; è altrettanto vero che possiamo conquistare una libertà più autentica attraverso la consapevolezza. Le stelle non decidono per noi: ci offrono uno scenario, una cornice archetipica entro cui muoverci. La differenza sta nel nostro modo di reagire e nelle scelte coscienti che compiamo.

Resta poi il dilemma – e la possibilità – che gli astri esercitino davvero un’influenza sottile sulla realtà. Sappiamo, ad esempio, che la luna regola le maree e ha effetti sugli organismi viventi. Da persona che, nel proprio percorso iniziatico, impara quotidianamente a usare il dubbio come metodo di crescita e studio, escludere che altre forze cosmiche possano agire su di noi – in modi che non percepiamo o non sappiamo ancora misurare – sarebbe quantomeno opinabile.

Questo margine di mistero non riduce il valore dell’astrologia, anzi: lo amplifica, collocandola in un orizzonte dove scienza, simbolo e spiritualità si incontrano.

In definitiva, l’astrologia non è una predizione del futuro, ma un cammino di conoscenza. È un invito a specchiarsi nel cielo per comprendere meglio sé stessi, per intravvedere negli archetipi zodiacali le energie che animano la nostra vita, e per assumere, con maggiore responsabilità, le scelte che la delineano.

Gli astri non decidono, ma ci parlano: sta a noi imparare ad ascoltarli.

Il Kybalion: 2 – Principio di Corrispondenza

Tra i sette principi ermetici esposti nel Kybalion, uno dei più affascinanti e profondi è senza dubbio il principio di corrispondenza. Enunciato nella celebre formula “Come in alto, così è in basso; come all’interno, così è all’esterno”, questo assioma esprime un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: tra i diversi livelli dell’esistenza – spirituale, mentale e materiale – esiste un’analogia costante. L’universo è uno specchio che si riflette in se stesso, dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo.

Le sue radici, ancor più di altri principi espressi nel Kybalion, affondano nella tradizione dell’ermetismo ascrivibile al leggendario Ermete Trismegisto. I testi attribuiti a lui, come la Tavola di Smeraldo e il Corpus Hermeticum, sono considerabili all’origine del pensiero esoterico occidentale. È proprio nelle Tavole Smeraldine che troviamo la versione originaria di questo principio, considerato una chiave per comprendere il funzionamento dell’universo e la connessione tra uomo, cosmo e esistenza stessa.

Il principio di corrispondenza insegna che ciò che accade su un piano si riflette sugli altri. Questo vale tra microcosmo e macrocosmo, tra il mondo interiore dell’essere umano e la sua realtà esterna. Ogni parte contiene l’intero, come se si fosse persi in una serie di specchi riflettenti. L’osservazione di sé può dunque diventare uno strumento per comprendere il mondo circostante, l’altro e persino il macrocosmo; allo stesso modo i fenomeni dell’universo, del mondo e dell’ambiente ristretto in cui si vive possono offrire insegnamenti su ciò che accade nella nostra interiorità.

In questo senso la malattia del corpo può riflettere una disarmonia mentale o emotiva; una crisi esistenziale può essere specchio di una frattura spirituale, viceversa un disagio emotivo o mentale può essere conseguenza di un problema di dimensione fisica: sbalzi ormonali, carenza o eccesso di zuccheri etc.

L’astrologia, l’alchimia e la stessa teurgia – le tre “arti ermetiche” – si fondano su questo principio: interpretare il mondo per conoscere sé stessi e modificare sé stessi per influenzare il mondo.

Il principio di corrispondenza è strettamente intrecciato con gli altri principi ermetici. Principalmente può essere avvicinato al principio del mentalismo (v. link), che apre il Kybalion con l’idea che “Tutto è mente”: se l’universo è una proiezione mentale, allora ogni suo aspetto dovrebbe essere interconnesso in una struttura simbolica coerente.

Corrispondenza, pertanto, significa riconoscere questa rete di significati.

Comprendere la legge di corrispondenza non dovrebbe essere solo un esercizio filosofico, bensì ha tutto il potenziale, se sfruttato con il dovuto occhio critico, di diventare un invito pratico alla responsabilità personale.

Se tutto è connesso, allora il nostro stato interiore influisce sul mondo che ci circonda. Se coltiviamo chiarezza, equilibrio e consapevolezza, questi si rifletteranno nei nostri rapporti, nelle nostre scelte e persino nelle eventuali sincronicità che viviamo: il mondo smette di apparire come qualcosa di esterno e ostile e diventa un contesto con cui interagire, vivo e, se si impara a comprendere il metodo comunicativo che adotta, dialogante.

Il principio ci insegna a leggere la realtà attraverso un linguaggio simbolico in cui nulla è casuale. Ogni evento, incontro o ostacolo può essere visto come uno specchio. Questo non significa che tutto debba essere interpretato in modo rigido o superstizioso, ma che l’universo è strutturato in modo tale da permettere all’individuo di vivere e crescere attraverso il riconoscimento delle sue corrispondenze come fossero una mappa.

Nel cuore dell’ermetismo il principio di corrispondenza è una chiave per l’unità. In un’epoca dominata dalla frammentazione, dall’iper-specializzazione e dalla separazione tra mente e corpo, spirito e materia, pensiero e azione, esso ci ricorda che tutto è parte dello stesso sistema.

Quando impariamo a riconoscere queste corrispondenze non solo comprendiamo meglio il mondo ma iniziamo a trasformarlo. Lo stesso principio insegna che, se comprendiamo come modificare il mondo, necessariamente impariamo a modificare noi stessi e la nostra realtà non agendo sulla materia direttamente ma trasformando l’intimo, che inevitabilmente è conseguenza e spazio che risuonerà nel Tutto.

Come in alto, così è in basso. Come in grande, così è in piccolo. Come all’esterno, così è all’interno.

Alchimia Filosofica e Operativa: convergenze

Spesso si parla di alchimia e si tende a fare una distinzione piuttosto precisa tra il senso pratico dell’Arte e il suo sviluppo in chiave filosofica. Ad oggi la parte operativa è scarsamente praticata mentre lo studio delle teorie alchemiche come rappresentazione simbolica dei processi della vita è ben più vigoroso, soprattutto negli ambienti di carattere iniziatico e esoterico.

Per comprendere uno dei punti essenziali dell’Ars Regia è opportuno ricondurla alla sua radice di carattere storico e mitico. A Ermete Trismegisto viene leggendariamente attribuita l’assoluta maestria in tre arti: Alchimia, Astrologia e Teurgia. Accettando questo assunto come simboleggiante i significati intrinseci della Filosofia Ermetica, si può supporre che questa sia impregnata di queste discipline e viceversa. La chiave di comprensione dell’alchimia, pertanto, può risiedere anche nei principi fondanti dell’ermetismo. “Come in alto, così è in basso. Come dentro, così è fuori” rappresentano la quintessenza della pratica ermetica, e la ricerca di corrispondenze tra il mondo materiale e quello immateriale ha dato origine al doppio binario su cui il lavoro alchemico si muove: lavorazione dei metalli e lavorazione della propria interiorità. L’obiettivo, per entrambi i contesti, è la ricerca della trasmutazione della materia vile (da non confondere con la materia prima – n.d.a.) in oro. Questo assume, quindi, due significati. Dal punto di vista pratico si ricerca ciò che viene comunemente definita “Pietra Filosofale”: mezzo per trasmutare i metalli in oro e che garantisce la vita eterna; mentre da quello simbolico, invece, la lavorazione dei difetti e dell’ignoranza per poterli convertire in conoscenza e comunione con l’Assoluto.

Mentre l’allegoria tra i significati si presenta come concettualmente di facile accessibilità, la pratica alchemica (di entrambe le visioni!) è ciò che complica davvero il processo. Anzitutto va considerato che la parte dell’Arte relativa alla metamorfosi dei metalli in oro è stata sviluppata in maniera teorica esattamente come quella del percorso verso l’illuminazione: questi obiettivi non hanno un riscontro pratico, bensì unicamente mitico o leggendario. Da una parte si trovano racconti di alchimisti che hanno raggiunto la “gloria” dal punto di vista materiale (es. Nicolas Flamel, Geber e, secondo alcune leggende, Isaac Newton), dall’altra vi sono esempi di maestri spirituali illuminati.

In secondo luogo è utile prendere in considerazione il fatto che il cammino che dovrebbe portare a una più profonda conoscenza del sé e del Tutto è assolutamente personale; pertanto ogni simbolo, allegoria o archetipo – ossia i metodi principalmente usati dagli alchimisti per il racconto dell’Ars Regia – va interpretato non solo con la chiave dottrinale e con i significati tradizionali e tecnici, ma anche con un grande impiego di sensibilità personale e delle proprie aspirazioni, storia e personalità.

Il percorso della Grande Opera viene rappresentato da un susseguirsi di simboli, termini specifici, fasi di lavorazione etc. Se si avesse modo di meditare su ognuno di questi termini probabilmente si raggiungerebbe una profondissima conoscenza dell’Uomo, dell’Assoluto e della relazione tra i due. Purtroppo le argomentazioni alchemiche sono talmente variegate e ampie che non basta il tempo materiale di una vita per poterle comprendere e studiare nella loro totalità.

Rebis Alchemico: il simbolo della trascendenza del duale

Un metodo di lavoro incorretto per lo studio e l’applicazione di concetti relativi a un campo vasto e complesso come quello alchemico, corre il rischio di far spendere un grande ammontare di tempo e energie su una serie di speculazioni limitatamente pragmatiche. Questo non significa necessariamente che lo studio in cui ci si immerge possa essere inutile (mai lo è), bensì che i suoi effetti potrebbero venire riscontrati in maniera incidentale e molto avanti nel tempo.

Ciò che lo studio dell’alchimia può fare con agilità, invece, è dare una visione differente dei moti e delle energie che vanno a comporre la vita. Anzitutto liberando l’alchimia da tutti i suoi costrutti simbolici si può notare che il nucleo dell’arte sia composto da tre elementi: materia vile, lavorazione e pietra filosofale. In altri termini si potrebbe parlare di situazione di partenza, lavorazione/azione e obiettivo/risultato. Se si resta focalizzati sull’oro inteso come miglioramento sia del sé che delle manifestazioni in cui siamo immersi e lo si considera come proprio e unico obiettivo, allora vengono autonomamente dettate le regola della fase di lavorazione: in qualsiasi contesto i comportamenti che si sceglie di adottare, se sono dedicati al raggiungimento di un obiettivo, saranno meno dettati dalla cecità causata dalle emozioni, dall’improvvisazione o dall’attitudine. L’avere un proposito disegna automaticamente un percorso da seguire, magari impreciso, accidentato o nebuloso, ma sicuramente meno casuale (relativamente alla situazione specifica!) di quello che si adotterebbe a livello istintivo.

Il tipo di approccio operativo, però, non è del tutto naturale. Alberto Magno scrive nel suo “De Mineralibus” che l’alchimista “sceglierà con cura il tempo e le ore del suo lavoro. Sarà paziente, assiduo e perseverante” [cit.]. Queste condizioni che identificano il metodo possono sicuramente essere viste anche come utili alla scelta dei comportamenti e delle azioni che si vanno a adottare: un invito a cercare di limitare le impulsività caratteriali, darsi il tempo di ragionare e cercare di agire in maniera saggia. Mai farsi fermare dagli errori, dal dover correggere qualcosa né lasciarsi abbattere dalle delusioni. Essendo delle caratteristiche che raramente vengono attuate in maniera innata, è in questo caso che lo sforzo (di applicarle) viene rappresentato dal lavoro.

Naturalmente questo non è sempre possibile né rende infallibili, se così fosse non ci sarebbe bisogno di lavorare la materia grezza: si sarebbe già pietra filosofale! Va sottolineata, però, la grande differenza nel commettere un errore in maniera incontrollata oppure farlo come frutto di un ragionamento. Nel secondo caso è più facile incontrare le buche del proprio percorso, imparare a evitarle nel futuro e eventualmente tornare indietro per colmarle.

La chiave di ricerca della propria essenza deve essere principalmente lo specchio, eppure l’avere il supporto del sapere degli antichi e il cercare di comprendersi percorrendo i sentieri tracciati da dei saggi venuti prima di noi può sicuramente essere di grande beneficio.

Il Kybalion: le 7 regole che governano il Mondo

Dalle radici mitiche che la collocano nei testi attribuiti a Ermete Trismegisto, al successivo sviluppo sulle linee di un sincretismo con il cristianesimo medievale e fino alla nuova linfa che ottenne nel Rinascimento, la Filosofia Ermetica porta con sé una serie di elementi precisi che ne attraversano le varie manifestazioni nel corso dei secoli.

Solo all’inizio del XX secolo queste linee vengono condensate (e semplificate) con fine divulgativo. Prima vi erano state diverse traduzioni e trattati critici di molti dei testi fondamentali dell’Ermetismo, ma questi erano sempre stati mantenuti all’interno di ambienti di ispirazione esoterica o preservati e tramandati dalle cerchie più ristrette delle società iniziatiche. Nel 1908 compare sul mercato la prima edizione de “Il Kybalion”: testo in cui vengono sintetizzati i principi ermetici da degli studiosi che adottano il nome “I Tre Iniziati”. Effettivamente il testo presenta una serie di concetti che affondano le proprie radici nella Filosofia di Ermete, ma questi vengono anche mutuati da una visione contemporanea e aderente al pensiero che da lì a pochi anni avrebbe dato impulso alla nascita della New Age. Inoltre, secondo l’ipotesi più accreditata, pare che “I Tre Iniziati” fossero in realtà riconducibili alla figura di William Walker Atkinson. Non ci è dato sapere se abbia lavorato in autonomia o se, come sostenuto da altre fonti, abbia collaborato con qualcuno.

Nonostante la dimensione storica a culturale del testo presenti degli elementi di distacco con quello che è l’Ermetismo “puro”, il discorso che lega i due sistemi può essere considerato coerente nella sua radice.

Nel Kybalion vengono elencati sette principi su cui si regolerebbe non solo l’Universo ma il principio filosofico del “Tutto”. Questi si esplicitano attraverso degli assiomi sui quali la speculazione e l’approfondimento dovrebbero portare a una più profonda consapevolezza dei meccanismi di funzionamento dell’Esistenza. Basandosi su un assunto tipicamente ermetico quale: “come in alto, così è in basso; come dentro, così è fuori”, il testo approfondisce i sette concetti andando a toccare varie sfere dello scibile e dei suoi limiti fino a fornire alcune differenti visioni della realtà nonché a dei possibili approcci per modificarle.

I sette assunti espressi nel Kybalion sono i seguenti:

  1. Principio del mentalismo: il “Tutto” è un concetto di carattere mentale/percettivo
  2. Principio della corrispondenza: esiste una corrispondenza tra i vari elementi che dell’esistenza. I vari piani (materiale, spirituale e mentale) presentano fenomeni che, per loro natura e sviluppo, sono simili
  3. Principio della vibrazione: l’Esistenza è composta unicamente da vibrazioni. Più il livello vibrazionale è alto, meno la manifestazione è di tipo materiale
  4. Principio delle polarità: tutto è unico e contemporaneamente duale. Gli opposti sono lo stesso fenomeno che si esprime in gradi e quantità diverse. Senza l’uno, l’altro non potrebbe esistere
  5. Principio del ritmo: seguendo il principio di polarità, i due opposti e le loro energie e le qualità dei fenomeni si muovono in continua alternanza tra loro
  6. Principio di causa e effetto: ogni elemento è contemporaneamente conseguenza e causa (o concausa) di qualcos’altro
  7. Principio di genere: ogni cosa è ascrivibile a un genere. Questo non è in alcun modo legato alla sessualità bensì alle manifestazioni di attività, sostegno, espressione etc. (maschile) o passività, generazione, orizzontalità, introspezione… (femminile)

Al fine di elevare la comprensione dell’Assoluto sono presentate preziose tecniche volte all’applicazione pratica di questi concetti. Secondo l’autore, attraverso un potenziamento della forza di volontà, si può interagire con la realtà a mezzo delle vibrazione, andando così a modificare la propria percezione e, potenzialmente, l’esistenza stessa. Altresì una maggiore consapevolezza di concetti come il principio di polarità o quello della corrispondenza dà la possibilità di approcciarsi agli eventi esterni a noi in maniera più ragionata e cosciente. La possibilità di intravedere delle regole all’interno del “groviglio armonioso” che è l’esistenza stessa, permette di poter imparare a scegliere quali comportamenti adottare in determinate situazioni, dove e in che modo impegnarsi per migliorare o modificare delle emozioni o degli avvenimenti.

Copertina originale de “Il Kybalion” – Ed. Francese