Oltre il Due: il superamento del duale e l’alchimia dell’unità interiore

Da sempre la mente umana osserva il mondo attraverso coppie di opposti: luce e ombra, bene e male, maschile e femminile, attività e passività. Il pensiero duale è la prima lente con cui interpretiamo la realtà, il modo più immediato per ordinarla. Ma ogni tradizione esoterica, dall’alchimia all’ermetismo, insegna che questa divisione è solo apparente: una soglia da superare, non un confine da idolatrare. L’evoluzione interiore inizia proprio quando comprendiamo che gli opposti sono due volti della stessa sostanza e che il vero lavoro non è scegliere tra essi, bensì integrarli.

Il simbolo che più di tutti raffigura questo superamento è il Rebis, l’androginia perfetta dell’alchimia: l’unione del Re e della Regina, dello zolfo e del mercurio, del principio solare e di quello lunare. Nel suo corpo biunitario, metà maschile e metà femminile, il Rebis rappresenta ciò che accade quando l’iniziazione raggiunge la fase in cui gli opposti smettono di combattersi e cominciano a compenetrarsi. Non più tensione tra forze rivali, ma matrimonio chimico, nozze interiori in cui ogni polarità ritrova il proprio senso nell’altra, come il soffio vitale che ha bisogno sia dell’inspirazione che dell’espirazione.

L’alchimia, infatti, non concepisce la luce come “buona” e l’ombra come “cattiva”: entrambe sono necessarie alla Grande Opera. La notte è il laboratorio in cui avviene la decomposizione e la rinascita delle forme; il giorno è la manifestazione del nuovo stato. Nella figura androgina del Rebis, luce e ombra convivono senza annullarsi: esse esistono in funzione l’una dell’altra, e la loro integrazione è la vera trasmutazione.

Questa visione trova eco nel Principio di Polarità del Kybalion, secondo cui “gli opposti sono identici in natura, differiscono solo di grado”. Non esistono bene e male come entità separate: sono estremi di una stessa scala vibratoria, come caldo e freddo, movimento e quiete, espansione e contrazione. L’interdipendenza tra gli opposti è totale: nessuno dei due potrebbe esistere senza il suo contrario, perché ciascuno definisce l’altro. La “bontà” di un’energia, dunque, non appartiene all’energia stessa, ma alla nostra percezione, ai nostri desideri, alle nostre aspettative. Non è la vibrazione a essere positiva o negativa, siamo noi a etichettarla in base al suo impatto sulla nostra vita contingente.

Lo stesso vale nel linguaggio simbolico dell’astrologia. Saturno, spesso chiamato “Il Grande Malefico”, non è affatto un portatore di sventura. È il simbolo della prova, della disciplina, della necessità di struttura. Le sue energie, che molti percepiscono come dure o pesanti, non sono “cattive”: sono semplicemente funzionali. Saturno concentra, limita, raffredda: ma è attraverso questi movimenti che la forma si consolida e la maturità prende corpo. Ciò che talvolta viviamo come blocco è, nel linguaggio dell’iniziazione, la possibilità di sviluppare coerenza, profondità e responsabilità. Saturno è l’incudine dove il ferro dell’essere viene temprato.

Anche interiormente gli opposti si muovono allo stesso modo. I nostri impulsi non sono mai puramente benefici o dannosi: sono, prima di tutto, energia. Possono diventare forza creativa o distruttiva a seconda di come li leggiamo, li accogliamo e li trasformiamo. La rabbia può diventare lucidità e potere d’azione; la paura può farsi prudenza e saggezza; l’ego ferito può trasformarsi in ricerca di autenticità. Non si tratta di reprimere ciò che sorge dentro di noi né di moralizzarlo, ma di comprenderlo e trasmutarlo: questa è la vera alchimia, la trasformazione del piombo in oro, dell’istinto cieco in consapevolezza luminosa.

Superare il duale non significa negare gli opposti, né aspirare a una neutralità sterile. Significa riconoscere che ogni polarità è un frammento dell’Unità, e che l’essere umano, nella sua ricerca spirituale, è chiamato a ricomporre ciò che appare separato. Significa accettare che la vita è un continuo oscillare tra poli complementari, e che il nostro compito non è schierarci ma armonizzare, trovare il punto in cui la tensione si scioglie in equilibrio dinamico.

Il superamento del duale non è una fuga dal mondo, ma un atto di maturità interiore: la consapevolezza che ogni esperienza, ogni energia, ogni moto dell’animo è materiale utile per la nostra opera. Buono e cattivo perdono il loro valore assoluto e diventano strumenti. Nella fusione degli opposti, nella loro danza, nasce la vera libertà: quella dell’alchimista che, invece di giudicare il fuoco o l’acqua, li usa entrambi per trasformare sé stesso.

E come il Rebis insegna, la completezza non si trova scegliendo un lato, ma accogliendo entrambi. Solo allora il duale si dissolve e rimane ciò che è sempre stato: un’illusione necessaria, un velame che ci permette, passo dopo passo, di ricordare la nostra natura originaria: unitaria, indivisa, intera.

Non esistono energie positive o energie negative. Esistono solo energie. Il giudizio sulla loro qualità risiede unicamente nel modo in cui ci approcciamo a esse.

Il volto segreto della Dea: il simbolismo femminile della Luna

Fin dall’alba della civiltà, l’essere umano ha sollevato gli occhi al cielo e ha trovato nella Luna un mistero vibrante, un principio vivo che muta, si nasconde e ritorna. La sua luce fredda, riflessa, eppure capace di dominare la notte, ha dato forma nei millenni a un immaginario profondamente femminile, in cui ciclicità, potere generativo, intuizione e oscurità si intrecciano come fili di un’unica trama sacra. Osservarne l’arco mensile ha significato capire il ritmo del corpo, della natura, delle acque e perfino delle emozioni: per questo la Luna, più di qualsiasi altro corpo celeste, è diventata il volto simbolico dell’eterno femminino.

Le radici di questa associazione affondano nella Mesopotamia, una delle prime grandi culle dell’immaginazione religiosa umana. È qui che troviamo Nanna-Sin, divinità lunare venerata nella città di Ur. Sebbene maschile, Nanna era intimamente legato alla fertilità, alla protezione notturna e ai ritmi del tempo: tratti che più tardi verranno interiorizzati nel femminile divino di altre culture. Parallelamente, Inanna–Ishtar, pur essendo soprattutto una dea dell’amore e della guerra, presentava un legame con la luce notturna, con la sensualità e con la capacità mutante della Luna stessa. È significativo che nella visione mesopotamica la Luna fosse considerata un regolatore cosmico, un “cuore pulsante” del ciclo naturale: l’idea che il cielo scandisse la vita corporea, specialmente quella femminile, nasce qui.

Dalla Mesopotamia alla cultura egizia il passo è naturale: anche in Egitto la Luna ha avuto una vita simbolica complessa. Era legata a divinità come Thot, signore della scrittura e della sapienza, ma anche a Khonsu, viaggiatore notturno. Il femminile si radica però attraverso Hathor, dea vacca della gioia, dell’amore e della maternità, spesso rappresentata con una corona-luna che abbraccia il disco solare. In questo gesto iconografico la Luna diventa “vaso”, principio ricettivo che contiene la luce creatrice. Ancora una volta il simbolismo lunare si unisce alla maternità, alla protezione, all’accoglienza e allo spazio interiore: qualità che diverranno, nei secoli, l’essenza stessa dell’archetipo femminile.

Nelle culture greca e romana il simbolo assume forma più definita. La triade Artemide–Selene–Ecate incarna tre volti della Luna: la giovane cacciatrice, la luminosa regina notturna, la signora dei crocicchi e delle ombre. È qui, più che altrove, che nasce la struttura tripartita che ancora oggi domina l’immaginario spirituale: Luna crescente, piena e calante come vergine, madre e anziana; un ciclo che riecheggia direttamente quello mestruale. Selene, in particolare, esprime la delicatezza e la potenza del femminile puro: discende ogni notte con il suo carro d’argento e si dona all’amato Endimione, simbolo dell’unione tra il visibile e il sognante. Ecate, al contrario, rappresenta ciò che la luce non raggiunge: gli abissi interiori, la magia, le ombre psichiche, il potere nascosto. In lei il femminile lunare non è più soltanto vita, ma anche morte, trasformazione e conoscenza segreta.

Le tradizioni celtiche ed europee del Nord rafforzano questa immagine sotterranea della Luna come guida interiore. Le sacerdotesse, druidesse e figure femminili dei culti boschivi erano spesso associate alle notti di plenilunio, momento in cui la natura si mostrava “senza veli”. La Luna era un portale percettivo: permetteva alle donne di entrare nel mistero dei cicli della terra, della crescita e della decomposizione. Non stupisce che molti calendari agricoli europei si basassero sulle fasi lunari: seminare, potare, raccogliere erano attività che imitavano il ritmo del cielo. La donna, con il suo ciclo mensile, veniva considerata un microcosmo del grande respiro lunare.

Anche nel mondo ebraico-cristiano la Luna ha continuato a portare con sé un’aura femminile, benché spesso in forma velata. Maria, nelle rappresentazioni medievali e rinascimentali, appare sovente in piedi su una falce di Luna: immagine che riecheggia Iside, grande madre egizia. In questa iconografia la Luna non è divinità, ma simbolo del principio femminile “riflettente”: la donna che accoglie, che manifesta la luce divina sulla terra, che rende visibile il mistero celeste. La Luna diventa il ponte tra umano e trascendente, tra fragile e eterno.

Il simbolismo lunare come metafora della psicologia femminile è stato poi ripreso dall’esoterismo rinascimentale e dall’alchimia, dove la Luna (argento) è la controparte del Sole (oro). L’argento rappresenta l’anima, l’immaginazione, il mondo liquido e sottile delle emozioni. La Luna è il “vaso filosofico”, il contenitore delle trasformazioni interiori: ciò che riceve il seme solare e lo trasmuta in nuova forma. In questa tradizione il femminile non è debolezza, ma potenza silenziosa, capacità di metamorfosi, forza ricettiva che genera.

Nel mondo moderno la Luna continua a essere un simbolo di femminilità intuitiva, ciclica e profonda. Dalla psicologia junghiana, che vede in essa l’archetipo dell’Anima, fino alla spiritualità contemporanea, la Luna parla di interiorità, di cura, di cicli emotivi, di capacità di percepire ciò che non è immediatamente razionale. La sua immagine risorge nei movimenti neopagani, nei riti yoga, nelle meditazioni collettive, nei percorsi spirituali che recuperano l’armonia tra corpo e natura.

Eppure, al di là della spiritualità, la Luna è anche un simbolo culturale vivissimo: ispira poeti, musicisti, cineasti; rappresenta malinconia, mistero, amore doloroso, segreti insondabili. Le sue fasi sono diventate metafora universale della vita: nessuno è sempre pieno, nessuno è sempre in ombra; siamo tutti nascita, crescita, maturità, declino, rinnovamento.

Il femminile lunare, oggi come ieri, continua a parlarci proprio attraverso questa ciclicità. Ci ricorda che la trasformazione è inevitabile, che l’oscurità non è una sconfitta, che la luce può essere riflessa e tuttavia autentica. La Luna insegna che la potenza non è sempre esplosione, talvolta è contenimento; che la saggezza non è sempre parola, spesso è silenzio; che la verità non è sempre sole abbagliante, ma anche chiarore tenue che guida piccoli passi nella notte.

In fondo, il viaggio del simbolismo lunare è lo stesso viaggio dell’animo umano: un lento alternarsi di chiarori e ombre, di rivelazioni e nascondimenti, di memorie che si dissolvono e ritornano. La Luna è il volto cosmico della trasformazione, il riflesso celeste del modo in cui il femminile — e con esso la vita — continua a rinascere, mutare e fluire. E anche oggi, nonostante la modernità e la scienza, quando la guardiamo ancora sentiamo risuonare dentro di noi un antico richiamo: quello della nostra parte più profonda, più intuitiva, più misteriosamente viva.

L’intelligenza del fuoco

Il fuoco brucia, ma anche trasforma. È la fiamma primordiale che accompagna la nascita e la fine di ogni cosa, principio di vita e di conoscenza, luce che si leva dalle profondità della materia per testimoniare la presenza dello Spirito. In esso convivono la distruzione e la rigenerazione, la purificazione e la coscienza. Ogni scintilla è un atto di consapevolezza: la materia che si riconosce e, accendendosi, si trasforma.

Da sempre il fuoco è simbolo del divino, potenza che separa e unisce, che brucia e crea.

Prometeo, rubandolo agli dèi per donarlo agli uomini, non consegnò soltanto uno strumento: donò l’intelligenza, la capacità di illuminare le tenebre dell’ignoranza. Il suo gesto fu punito perché l’atto di conoscere è, in sé, una sfida al limite imposto; è il tentativo dell’uomo di accendere dentro di sé la stessa fiamma che arde nel cosmo. Ogni conoscenza, infatti, è un atto di combustione: per illuminarsi, qualcosa deve bruciare, e in quell’incendio l’essere si trasforma.

Nella filosofia ermetico-alchemica il fuoco rappresenta il principio del mutamento, la forza che permette alla materia di trasmutarsi e all’anima di elevarsi. Lo zolfo, tra i tre principi alchemici, ne incarna la natura attiva e spirituale: è la scintilla divina racchiusa nella materia, l’essenza ignea che anima il corpo e lo conduce verso la sua purificazione. Il fuoco spirituale arde nei laboratori dell’anima così come nelle fornaci del mondo, fondendo e separando, dissolvendo e coagendo.

In fondo quello del cambiamento è il ritmo stesso della vita. Dalla nascita alla morte, ogni istante è una trasformazione incessante e, di conseguenza, dal punto di vista simbolico una combustione continua. Nulla è mai fermo, e ciò che oggi esiste domani è già altro. Gli antichi insegnavano che vivere significa cambiare forma, passare da una manifestazione a un’altra senza mai interrompere il flusso della creazione. Ogni pensiero, ogni emozione, ogni incontro accende o spegne qualcosa in noi. La vita è dunque un fuoco sacro, e la nostra coscienza è il suo combustibile. Se smettessimo di mutare, smetteremmo anche di essere vivi e viceversa.

L’alchimia chiama rubedo la fase di massimo splendore e potenziale espresso dell’Opera. Dopo la putrefazione della nigredo e la chiarificazione e rinascita della albedo, la rubedo è il momento in cui la luce raggiunge il suo apice, quando l’essere si fa oro, quando la coscienza risplende nel mondo. Non è la fine del processo, ma la sua piena espansione, la manifestazione visibile della luce interiore che ha attraversato il caos e la dissoluzione. In questa fase il fuoco non distrugge più, ma irradia: diventa calore vitale, amore cosmico, luce consapevole.

Simbolo di questa rinascita è la Fenice, uccello che arde nel proprio nido e rinasce dalle ceneri. Essa rappresenta il principio della rigenerazione eterna, la certezza che la morte non è fine, ma trasformazione. Ogni ciclo vitale segue questa legge: ciò che brucia si rinnova, ciò che si consuma genera vita. La Fenice è la perfetta immagine dell’intelligenza del fuoco, quella che comprende che solo attraverso la distruzione del vecchio può nascere il nuovo.

Nella tradizione cristiana il fuoco divino trova una delle sue espressioni più dense nel titulus crucis, la scritta INRI posta sulla croce di Cristo. Dal punto di vista essoterico, essa significa “Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum” — “Gesù Nazareno, Re dei Giudei” — ma, in chiave esoterica e alchemica, racchiude un insegnamento più profondo: “Igne Natura Renovatur Integra”, ossia “La Natura viene interamente rinnovata dal fuoco”. È interessante notare il doppio significato della parola “Natura”. Da un lato può significare l’esistenza mentre, dall’altr,o può essere indicato come sinonimo di “quintessenza”: il principio interiore che, ognuno con le proprie specificità, determina e rappresenta la modalità di manifestazione dell’Uno.

In questa prospettiva, ossia quella in cui la Natura è una manifestazione e un senso di separazione dal Principio, il fuoco spirituale non brucia ciò che è reale, ma ciò che è illusorio. È la fiamma che dissolve gli attaccamenti, i desideri, le identificazioni, lasciando solo la nuda coscienza: pura, viva, incandescente. È il fuoco che illumina, la luce dell’alba che sorge a Oriente e squarcia le tenebre dell’ignoranza. Il suo ardore non appartiene al mondo materiale ma alla mente che si risveglia, al cuore che si apre, all’essere che si ricorda della propria origine divina.

Ogni conoscenza autentica è dunque una combustione dell’essere: un sacrificio consapevole, un atto d’amore verso la verità. Quando comprendiamo davvero, qualcosa in noi si consuma, ma è proprio attraverso questa perdita che si compie la trasformazione. La conoscenza non aggiunge, ma affina; non accumula, ma purifica. È la fiamma che riduce in cenere il superfluo, lasciando solo l’essenziale.

E così, comprendiamo che l’intelligenza del fuoco non consiste solo nel sapere come esso arde, ma nel riconoscere perché deve ardere. Brucia per purificare, illumina per distruggere le ombre, consuma per rivelare la verità. È la coscienza che si fa luce, la materia che si fa spirito, l’uomo che si rinnova attraverso la propria combustione interiore.

Quando il fuoco si spegne, ciò che rimane non è il nulla, ma la vibrazione sottile del suo calore, il ricordo del suo splendore. La cenere stessa è testimonianza del mutamento, materia pronta a essere di nuovo accesa. Perché la fiamma non muore: si ritira, attende, dorme. E al primo soffio di spirito, torna ad ardere.

Immagine tratta dal “Manoscritto Alchemico” di Ulrich Ruosch

Switzerland, Appenzell, 1680

La “Putrefactio” alchemica: morte e rinascita nel Tutto

Nell’immaginario alchemico, ogni fase del Magnum Opus (la “Grande Opera”) rappresenta non soltanto un processo chimico o simbolico, ma una tappa necessaria nel cammino interiore. Tra queste, la Putrefactio occupa un posto cruciale: essa è la disgregazione, la dissoluzione, la morte apparente che prepara la via alla rinascita.

Il termine evoca immagini di corruzione e decomposizione: la materia che si scioglie, il corpo che perde la sua forma, il dissolversi di ciò che prima appariva solido e stabile. Ma, lungi dall’essere solo un atto di distruzione, la Putrefactio è un ritorno al principio vitale.

Quando un corpo si decompone, esso non “finisce” nel nulla: diventa nutrimento, humus, sostegno per altre forme viventi. In questo senso, la sua morte è solo la fine di una manifestazione della vita e delle sue proprie percezioni, mentre la vita stessa continua trasmutandosi. cambiando abito e forma.

L’alchimia, con i suoi simboli, ci invita a riconoscere che ciò che chiamiamo morte non è altro che il passaggio da uno stato all’altro. Se l’Io si identifica soltanto con la sua forma materiale, allora la morte appare come la fine assoluta. Ma se comprendiamo di appartenere al Tutto, allora la morte si rivela come un passaggio, la riconsegna dei nostri elementi alla totalità della vita.

Ciò che eravamo diventa parte di ciò che sarà. La putrefazione non è quindi annientamento, ma trasformazione.

Questo principio non riguarda soltanto la materia, ma anche la vita interiore. La Putrefactio trova il suo riflesso nei momenti di dolore, di perdita, di crisi che inevitabilmente attraversiamo. Ogni sofferenza profonda porta con sé una morte simbolica: muore un’immagine di noi, muoiono certezze, illusioni, legami. Ma da quel disfacimento nasce la possibilità di una nuova consapevolezza, di un io rigenerato, più autentico.

Come il seme deve marcire nella terra prima di germogliare, così l’essere umano deve attraversare il buio della dissoluzione per poter rinascere a sé stesso.

Non a caso, molte tradizioni iniziatiche parlano di morte iniziatica. Nel rito, l’iniziando affronta simbolicamente la propria dissoluzione: egli “muore” rispetto al profano che era, per rinascere come iniziato, portatore (o spettatore) di una nuova luce e di un nuovo sapere. Questo atto rituale riproduce, in forma simbolica e interiore, il medesimo processo della Putrefactio: disgregare per ricreare, lasciare morire ciò che è vecchio affinché possa emergere ciò che è nuovo.

La lezione della Putrefactio è allora universale: non possiamo evitare la morte, sia essa fisica o simbolica, ma possiamo comprenderne il significato profondo.

Essa non è un muro invalicabile, bensì una porta. È la fine di una nostra forma, non della vita. È l’inizio di un’altra manifestazione, diversa, ma comunque parte del ciclo eterno del Tutto.

Accettare la Putrefactio significa accettare il principio stesso della vita: che ogni nascita porta in sé la promessa di una morte, e ogni morte custodisce in sé il seme di una nuova vita. È un invito a guardare con occhi nuovi al dolore, alla perdita, al disfacimento: non come condanne, ma come occasioni di rigenerazione. Solo chi ha il coraggio di accettare la morte (propria o altrui) come un percorso ineluttabile dell’Essenza può davvero rinascere e imparare a conoscerla e riconoscerla.

In questo senso, la Putrefactio non è soltanto una fase alchemica, ma un archetipo esistenziale: ci insegna che la vita non appartiene alla singola manifestazione che chiamiamo “io” o alla percezione che questo ha del mondo e di sé, ma al flusso infinito in cui ogni cosa si disfa per rinascere. E se siamo parte di questo flusso o impariamo a comprenderlo, accettarlo e integrarci a lui, allora, in verità, la morte non esiste.

Rappresentazione alchemico-simbolica della Nigredo: la fase della Grande Opera a cui la “Putrefactio” fa riferimento.
In calce “Omnia ad uno et in unum omnia” (Tutto verso l’Uno, l’Uno in tutto).
Sulle pagine del libro, invece: “Mutus Liber: lege, lege, relege, labora et invenies”
(Mutus Liber: leggi, leggi e rileggi, lavora duramente e troverai).
Interessante notare il Sigillo di Salomone, rappresentante l’unità del Tutto, inciso sul segnalibro.

Scheda Tecnica: 10 – La Ruota della Fortuna (RWS)

Descrizione

Al centro della carta una grande ruota domina la scena. Su di essa sono visibili lettere e simboli: intervallate da lettere ebraiche si incontrano le lettere T-A-R-O (che possono essere lette anche come ROTA, la parola latina per “ruota”, ORAT: “prega”, TORA: il libro sacro degli ebrei e TAROT: i Tarocchi) e i simboli alchemici di Sale, Mercurio, Zolfo. Attorno alla ruota si trovano tre figure zoomorfe: a sinistra un serpente che discende, a destra una ascendente e sopra la ruota una sfinge che sovrasta la scena reggendo una spada. Ai quattro angoli della carta si trovano le rappresentazioni del Tetramorfo, in questo caso con un riferimento ai quattro evangelisti (angelo, aquila, leone e toro) in quanto ognuno intento a leggere un libro aperto.

Simbologia

– La ruota: Simbolo del ciclo cosmico, del destino, del karma e dell’impermanenza.
– Lettere T-A-R-O: Anagramma che richiama “Tarot”, “Rota” (ruota), “Orat” (prega) e la parola sacra ‘Tora’ (Torah).
– Simboli alchemici: Indicano la presenza delle forze elementali nella manifestazione della realtà.
– Sfinge: Enigma della conoscenza, equilibrio tra forze opposte, custode della verità.
– Figura Ascendente (Anubi?): Ascensione e guida spirituale nell’aldilà.
– Serpente: Principio della discesa, della materia, dell’oscurità.
– Tetramorfo/I Quattro Evangelisti: Stabilità nel cambiamento, i pilastri della conoscenza.

Archetipi

La Ruota della Fortuna rappresenta l’archetipo del Destino. Essa simboleggia la ciclicità degli eventi, l’alternanza tra ascesa e caduta, il perpetuo mutare delle condizioni esistenziali. Incarna la legge del divenire, secondo la quale nulla rimane fermo, e ricorda quanto tutto sia soggetto a trasformazione. È il richiamo alla consapevolezza che tutto ha un tempo e un movimento: ciò che oggi sale tornerà a discendere e viceversa.

Significato iniziatico

In chiave esoterica questa carta insegna all’iniziato a non identificarsi con le circostanze esteriori: effimere. L’iniziazione comporta la comprensione profonda delle leggi cicliche della realtà e la ricerca di un centro interiore immutabile. Accettare il movimento della ruota significa superare l’illusione della stabilità materiale e riconoscere la necessità di un equilibrio interiore durante le fasi del cambiamento.

Il Kybalion: 2 – Principio di Corrispondenza

Tra i sette principi ermetici esposti nel Kybalion, uno dei più affascinanti e profondi è senza dubbio il principio di corrispondenza. Enunciato nella celebre formula “Come in alto, così è in basso; come all’interno, così è all’esterno”, questo assioma esprime un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: tra i diversi livelli dell’esistenza – spirituale, mentale e materiale – esiste un’analogia costante. L’universo è uno specchio che si riflette in se stesso, dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo.

Le sue radici, ancor più di altri principi espressi nel Kybalion, affondano nella tradizione dell’ermetismo ascrivibile al leggendario Ermete Trismegisto. I testi attribuiti a lui, come la Tavola di Smeraldo e il Corpus Hermeticum, sono considerabili all’origine del pensiero esoterico occidentale. È proprio nelle Tavole Smeraldine che troviamo la versione originaria di questo principio, considerato una chiave per comprendere il funzionamento dell’universo e la connessione tra uomo, cosmo e esistenza stessa.

Il principio di corrispondenza insegna che ciò che accade su un piano si riflette sugli altri. Questo vale tra microcosmo e macrocosmo, tra il mondo interiore dell’essere umano e la sua realtà esterna. Ogni parte contiene l’intero, come se si fosse persi in una serie di specchi riflettenti. L’osservazione di sé può dunque diventare uno strumento per comprendere il mondo circostante, l’altro e persino il macrocosmo; allo stesso modo i fenomeni dell’universo, del mondo e dell’ambiente ristretto in cui si vive possono offrire insegnamenti su ciò che accade nella nostra interiorità.

In questo senso la malattia del corpo può riflettere una disarmonia mentale o emotiva; una crisi esistenziale può essere specchio di una frattura spirituale, viceversa un disagio emotivo o mentale può essere conseguenza di un problema di dimensione fisica: sbalzi ormonali, carenza o eccesso di zuccheri etc.

L’astrologia, l’alchimia e la stessa teurgia – le tre “arti ermetiche” – si fondano su questo principio: interpretare il mondo per conoscere sé stessi e modificare sé stessi per influenzare il mondo.

Il principio di corrispondenza è strettamente intrecciato con gli altri principi ermetici. Principalmente può essere avvicinato al principio del mentalismo (v. link), che apre il Kybalion con l’idea che “Tutto è mente”: se l’universo è una proiezione mentale, allora ogni suo aspetto dovrebbe essere interconnesso in una struttura simbolica coerente.

Corrispondenza, pertanto, significa riconoscere questa rete di significati.

Comprendere la legge di corrispondenza non dovrebbe essere solo un esercizio filosofico, bensì ha tutto il potenziale, se sfruttato con il dovuto occhio critico, di diventare un invito pratico alla responsabilità personale.

Se tutto è connesso, allora il nostro stato interiore influisce sul mondo che ci circonda. Se coltiviamo chiarezza, equilibrio e consapevolezza, questi si rifletteranno nei nostri rapporti, nelle nostre scelte e persino nelle eventuali sincronicità che viviamo: il mondo smette di apparire come qualcosa di esterno e ostile e diventa un contesto con cui interagire, vivo e, se si impara a comprendere il metodo comunicativo che adotta, dialogante.

Il principio ci insegna a leggere la realtà attraverso un linguaggio simbolico in cui nulla è casuale. Ogni evento, incontro o ostacolo può essere visto come uno specchio. Questo non significa che tutto debba essere interpretato in modo rigido o superstizioso, ma che l’universo è strutturato in modo tale da permettere all’individuo di vivere e crescere attraverso il riconoscimento delle sue corrispondenze come fossero una mappa.

Nel cuore dell’ermetismo il principio di corrispondenza è una chiave per l’unità. In un’epoca dominata dalla frammentazione, dall’iper-specializzazione e dalla separazione tra mente e corpo, spirito e materia, pensiero e azione, esso ci ricorda che tutto è parte dello stesso sistema.

Quando impariamo a riconoscere queste corrispondenze non solo comprendiamo meglio il mondo ma iniziamo a trasformarlo. Lo stesso principio insegna che, se comprendiamo come modificare il mondo, necessariamente impariamo a modificare noi stessi e la nostra realtà non agendo sulla materia direttamente ma trasformando l’intimo, che inevitabilmente è conseguenza e spazio che risuonerà nel Tutto.

Come in alto, così è in basso. Come in grande, così è in piccolo. Come all’esterno, così è all’interno.

Alchimia Filosofica e Operativa: convergenze

Spesso si parla di alchimia e si tende a fare una distinzione piuttosto precisa tra il senso pratico dell’Arte e il suo sviluppo in chiave filosofica. Ad oggi la parte operativa è scarsamente praticata mentre lo studio delle teorie alchemiche come rappresentazione simbolica dei processi della vita è ben più vigoroso, soprattutto negli ambienti di carattere iniziatico e esoterico.

Per comprendere uno dei punti essenziali dell’Ars Regia è opportuno ricondurla alla sua radice di carattere storico e mitico. A Ermete Trismegisto viene leggendariamente attribuita l’assoluta maestria in tre arti: Alchimia, Astrologia e Teurgia. Accettando questo assunto come simboleggiante i significati intrinseci della Filosofia Ermetica, si può supporre che questa sia impregnata di queste discipline e viceversa. La chiave di comprensione dell’alchimia, pertanto, può risiedere anche nei principi fondanti dell’ermetismo. “Come in alto, così è in basso. Come dentro, così è fuori” rappresentano la quintessenza della pratica ermetica, e la ricerca di corrispondenze tra il mondo materiale e quello immateriale ha dato origine al doppio binario su cui il lavoro alchemico si muove: lavorazione dei metalli e lavorazione della propria interiorità. L’obiettivo, per entrambi i contesti, è la ricerca della trasmutazione della materia vile (da non confondere con la materia prima – n.d.a.) in oro. Questo assume, quindi, due significati. Dal punto di vista pratico si ricerca ciò che viene comunemente definita “Pietra Filosofale”: mezzo per trasmutare i metalli in oro e che garantisce la vita eterna; mentre da quello simbolico, invece, la lavorazione dei difetti e dell’ignoranza per poterli convertire in conoscenza e comunione con l’Assoluto.

Mentre l’allegoria tra i significati si presenta come concettualmente di facile accessibilità, la pratica alchemica (di entrambe le visioni!) è ciò che complica davvero il processo. Anzitutto va considerato che la parte dell’Arte relativa alla metamorfosi dei metalli in oro è stata sviluppata in maniera teorica esattamente come quella del percorso verso l’illuminazione: questi obiettivi non hanno un riscontro pratico, bensì unicamente mitico o leggendario. Da una parte si trovano racconti di alchimisti che hanno raggiunto la “gloria” dal punto di vista materiale (es. Nicolas Flamel, Geber e, secondo alcune leggende, Isaac Newton), dall’altra vi sono esempi di maestri spirituali illuminati.

In secondo luogo è utile prendere in considerazione il fatto che il cammino che dovrebbe portare a una più profonda conoscenza del sé e del Tutto è assolutamente personale; pertanto ogni simbolo, allegoria o archetipo – ossia i metodi principalmente usati dagli alchimisti per il racconto dell’Ars Regia – va interpretato non solo con la chiave dottrinale e con i significati tradizionali e tecnici, ma anche con un grande impiego di sensibilità personale e delle proprie aspirazioni, storia e personalità.

Il percorso della Grande Opera viene rappresentato da un susseguirsi di simboli, termini specifici, fasi di lavorazione etc. Se si avesse modo di meditare su ognuno di questi termini probabilmente si raggiungerebbe una profondissima conoscenza dell’Uomo, dell’Assoluto e della relazione tra i due. Purtroppo le argomentazioni alchemiche sono talmente variegate e ampie che non basta il tempo materiale di una vita per poterle comprendere e studiare nella loro totalità.

Rebis Alchemico: il simbolo della trascendenza del duale

Un metodo di lavoro incorretto per lo studio e l’applicazione di concetti relativi a un campo vasto e complesso come quello alchemico, corre il rischio di far spendere un grande ammontare di tempo e energie su una serie di speculazioni limitatamente pragmatiche. Questo non significa necessariamente che lo studio in cui ci si immerge possa essere inutile (mai lo è), bensì che i suoi effetti potrebbero venire riscontrati in maniera incidentale e molto avanti nel tempo.

Ciò che lo studio dell’alchimia può fare con agilità, invece, è dare una visione differente dei moti e delle energie che vanno a comporre la vita. Anzitutto liberando l’alchimia da tutti i suoi costrutti simbolici si può notare che il nucleo dell’arte sia composto da tre elementi: materia vile, lavorazione e pietra filosofale. In altri termini si potrebbe parlare di situazione di partenza, lavorazione/azione e obiettivo/risultato. Se si resta focalizzati sull’oro inteso come miglioramento sia del sé che delle manifestazioni in cui siamo immersi e lo si considera come proprio e unico obiettivo, allora vengono autonomamente dettate le regola della fase di lavorazione: in qualsiasi contesto i comportamenti che si sceglie di adottare, se sono dedicati al raggiungimento di un obiettivo, saranno meno dettati dalla cecità causata dalle emozioni, dall’improvvisazione o dall’attitudine. L’avere un proposito disegna automaticamente un percorso da seguire, magari impreciso, accidentato o nebuloso, ma sicuramente meno casuale (relativamente alla situazione specifica!) di quello che si adotterebbe a livello istintivo.

Il tipo di approccio operativo, però, non è del tutto naturale. Alberto Magno scrive nel suo “De Mineralibus” che l’alchimista “sceglierà con cura il tempo e le ore del suo lavoro. Sarà paziente, assiduo e perseverante” [cit.]. Queste condizioni che identificano il metodo possono sicuramente essere viste anche come utili alla scelta dei comportamenti e delle azioni che si vanno a adottare: un invito a cercare di limitare le impulsività caratteriali, darsi il tempo di ragionare e cercare di agire in maniera saggia. Mai farsi fermare dagli errori, dal dover correggere qualcosa né lasciarsi abbattere dalle delusioni. Essendo delle caratteristiche che raramente vengono attuate in maniera innata, è in questo caso che lo sforzo (di applicarle) viene rappresentato dal lavoro.

Naturalmente questo non è sempre possibile né rende infallibili, se così fosse non ci sarebbe bisogno di lavorare la materia grezza: si sarebbe già pietra filosofale! Va sottolineata, però, la grande differenza nel commettere un errore in maniera incontrollata oppure farlo come frutto di un ragionamento. Nel secondo caso è più facile incontrare le buche del proprio percorso, imparare a evitarle nel futuro e eventualmente tornare indietro per colmarle.

La chiave di ricerca della propria essenza deve essere principalmente lo specchio, eppure l’avere il supporto del sapere degli antichi e il cercare di comprendersi percorrendo i sentieri tracciati da dei saggi venuti prima di noi può sicuramente essere di grande beneficio.

Scheda Tecnica: 0 – Il Matto (RWS)

Significato generale
Il Matto rappresenta il principio del viaggio iniziatico: ilo pensiero libero, non ancora condizionato dal mondo materiale, che si affaccia sull’esperienza della vita. Scevro da conoscenze e esperienze è il vuoto che sceglie di riempirsi di qualcosa di più grande. È lo Spirito in potenza, ancora privo di forma e struttura, ma pieno di possibilità.

Posizione e valore numerico
Il numero zero rappresenta il vuoto fecondo, il caos preordinato, la potenzialità pura prima della manifestazione.

Iconografia della carta
Il personaggio: un giovane spensierato che guarda il cielo e noncurante cammina verso un precipizio
Bastone e fagotto: simbolo dell’esperienza spirituale non ancora espressa o del viaggio dall’esperienza precedente a quella successiva
Cane: coscienza istintiva, guida spirituale, mondo materiale
Fiore bianco: purezza d’intenti, innocenza di pensiero
Precipizio: soglia iniziatica o pericolo dovuto alla disattenzione e alla leggerezza
Sole: illuminazione remota

Elementi naturali e alchemici
L’elemento che governa la lama del “Matto” è quello dell’Aria che, a livello simbolico, rappresenta leggerezza, pensiero e ispirazione. Da un punto di vista alchemico, essendo Il Matto il punto di origine del cammino iniziatico lo si può assimilare alla materia prima o al caos originario.

Colori e simbologia cromatica
Bianco: purezza
Giallo: coscienza e conoscenza latenti
Rosso/Nero: dualità

Simboli principali
Bastone e fagotto = potenzialità
Cane = istinto o mondo profano
Precipizio = rischio o soglia iniziatica
Fiore bianco = purezza
Sole = guida o obiettivo

Archetipo
L’Iniziato Potenziale: un uomo dal pensiero libero che segue senza timori un impulso sottile

Significato iniziatico
Inizio assoluto del cammino. L’anima che si getta nel mistero, simbolo della materia prima. A livello esoterico indica un’apertura consapevole alla trasformazione.