Il pavimento a scacchi: camminare tra Conoscenza e Ignoranza

Chi entra per la prima volta in una loggia massonica viene immediatamente colpito da un simbolo tanto semplice quanto vertiginoso: il pavimento a scacchi, bianco e nero, che si stende sotto i piedi come una mappa silenziosa dell’esistenza. Non è un semplice ornamento, né un richiamo estetico: è un linguaggio. Un linguaggio che parla di polarità, di tensione, di equilibrio instabile e soprattutto della condizione umana nel suo rapporto con la Conoscenza.

Tradizionalmente, il bianco e il nero vengono associati al bene e al male, alla luce e alle tenebre. Ma ridurre il pavimento a scacchi a una contrapposizione morale sarebbe un errore. In chiave massonica ed esoterica, esso indica soprattutto Conoscenza e Ignoranza. Non come entità astratte, ma come stati interiori, come condizioni dinamiche dell’essere. La luce non è semplicemente il “bene”, bensì ciò che è conosciuto, compreso, integrato. Le tenebre non sono il “male” in senso assoluto, ma ciò che non è ancora stato visto, capito, elaborato.

In questa prospettiva, l’ignoranza diventa il vero male del mondo. Non per una condanna morale, ma per una constatazione lucida: ogni dolore, ogni mancanza, ogni sofferenza nasce da una forma di ignoranza. Una malattia indica che ignoriamo il modo di guarirla, o che siamo stati ignoranti nel prevenire le cause che l’hanno generata. Un conflitto nasce dall’ignoranza dell’altro, dalla mancata comprensione delle sue ragioni, dei suoi bisogni, della sua umanità. Anche la violenza, l’ingiustizia, l’abuso sono figli di una cecità interiore, di un’assenza di consapevolezza. Il male non è un principio metafisico autonomo: è una conseguenza della non-conoscenza.

Il pavimento a scacchi ci ricorda che questa condizione non è esterna a noi, ma ci appartiene. In Massoneria si afferma che il Massone “giusto e perfetto” non deve camminare completamente sul bianco né completamente sul nero. Questa affermazione, apparentemente paradossale, è in realtà di una profondità disarmante. Camminare solo sul bianco significherebbe possedere una conoscenza assoluta, totale, definitiva. Ma una tale condizione non è concessa all’essere umano. La Conoscenza, infatti, non è un luogo da raggiungere, bensì un orizzonte: più ci avviciniamo, più si sposta in avanti.

Il Massone sa che i suoi piedi poggeranno sempre, inevitabilmente, tanto sulla Conoscenza quanto sull’Ignoranza che ancora alberga in lui. E questa consapevolezza non è una sconfitta, ma un atto di umiltà e di verità. Chi crede di camminare solo sul bianco è già caduto nell’illusione più pericolosa: quella di sapere tutto. È proprio questa presunzione che genera ignoranza, fanatismo e ambizione: forme raffinate di ignoranza travestite da luce.

Il pavimento a scacchi, allora, non invita a scegliere un lato, ma a camminare. A muoversi consapevolmente in uno spazio dove luce e ombra si alternano, si compenetrano, si richiamano. Ogni passo è una presa di coscienza: so qualcosa, ma ignoro ancora molto. E proprio ciò che ignoro è il terreno del mio lavoro.

Non è un caso che nel rituale massonico si affermi che il Massone deve “scavare oscure e profonde prigioni al vizio”. Il linguaggio è preciso, chirurgico. Non si dice che il vizio debba essere distrutto, annientato o eliminato. Si dice che debba essere limitato, incatenato, reso inoffensivo. Questo perché il vizio (in questa trattazione sovrapposto all’ignoranza) non può essere completamente rimosso dall’essere umano. Fa parte della sua natura, della sua incompletezza, della sua condizione incarnata. Pretendere di sradicarlo del tutto sarebbe impossibile.

Il lavoro iniziatico non è una guerra contro le tenebre, ma un’opera di contenimento, di integrazione e vigilanza. Le catene non servono a negare l’esistenza dell’ombra, ma a impedirle di dominare. In questo senso, il pavimento a scacchi diventa il luogo simbolico di una disciplina interiore: sapere dove siamo, su quale colore stiamo camminando, e accettare che il passo successivo ci porterà inevitabilmente sull’altro.

Camminare sul pavimento a scacchi significa accettare la complessità della vita. Significa riconoscere che ogni conquista di conoscenza porta con sé la rivelazione di una nuova ignoranza, e che ogni luce proiettata genera nuove ombre. Ma è proprio in questo movimento continuo che si realizza l’opera. Non nella perfezione immobile, ma nel progresso cosciente.

Il pavimento a scacchi non promette salvezza, né una fine del male. Promette qualcosa di più sottile e più vero: consapevolezza. La consapevolezza di essere esseri in cammino, sospesi tra ciò che sappiamo e ciò che ancora non sappiamo, tra luce e tenebra, tra ordine e caos. E finché continuiamo a camminare restiamo fedeli al senso più autentico del lavoro massonico.

Perché non è il colore sotto i nostri piedi a definirci, ma la lucidità con cui riconosciamo dove stiamo camminando. E nel silenzioso alternarsi delle mattonelle, impariamo forse la lezione più difficile: non eliminare l’ombra, ma non smettere mai di cercare la luce.

Alimentazione templare: tra regola, salute, stretta osservanza e longevità

L’Ordine dei Cavalieri Templari si distingue nella memoria collettiva non soltanto come comunità guerriera e religiosa, ma anche come gruppo dotato di disciplina rigida — non solo sul piano militare e spirituale, ma anche su quello della vita quotidiana: nutrizione, igiene, sobrietà.

Negli ultimi decenni alcuni studi, basati su fonti documentali medievali e su analisi storiche, hanno evidenziato che i Templari adottavano un regime alimentare e comportamentale sorprendentemente moderno, virtuoso e strutturato che, secondo gli autori, potrebbe spiegare la loro relativamente alta longevità rispetto alla media dell’epoca.

Un’alimentazione sobria e quasi “mediterranea”

Stando a una ricerca pubblicata su Digestive and Liver Disease, diretta da Francesco Franceschi (Policlinico Gemelli di Roma) con vari colleghi, la dieta dei Templari risultava ben diversa da quella degli aristocratici medievali: poca carne (in media consumata non più di 2-3 volte a settimana e mai il venerdì), abbondanza di legumi, verdure, pesce quando possibile, frutta fresca e uso frequente dell’olio.

Nei giorni senza carne, il pasto tipico poteva basarsi su cereali, legumi, zuppa o minestra, pane, formaggi, e talvolta latte o uova; il pesce era frequente, specialmente nei giorni di digiuno liturgico o astinenza.

Questa scelta alimentare povera di grassi saturi animali, ricca di fibre, legumi e alimenti vegetali, può essere considerata una forma primitiva, ma efficace, di quella che oggi chiamiamo “dieta mediterranea”.

Secondo gli studiosi, questi alimenti (ricchi di fibre e nutrienyi) favorivano la salute intestinale e generale, contrastavano le malattie dell’apparato digerente e metabolico, e probabilmente contribuivano a una migliore robustezza fisica, anche in epoche di guerra e mobilità costante.

Regole di igiene e comportamento comunitario

Ma non è solo la dieta a rendere speciale lo stile di vita templare: vi era anche una rigorosa disciplina sull’igiene e sulle pratiche laviche. Le fonti riportano che i pastori dell’Ordine imponevano il lavaggio delle mani prima dei pasti, che le mense (refectoria) fossero mantenute pulite, che le tovaglie fossero cambiate regolarmente e che si evitassero pratiche igienicamente rischiose.

In un’epoca in cui la contaminazione e le epidemie erano comuni, queste norme potevano fare una grande differenza per prevenire malattie e infezioni. Ancora oggi sappiamo che una buona igiene delle mani e degli utensili è fondamentale per la salute pubblica; per loro era fonte di disciplina e sopravvivenza.

Inoltre, l’Ordine incoraggiava una alimentazione moderata, restrizioni carnivore e digiuni rituali diffusi: strategie che aiutavano a contenere l’eccesso, prevenire sovrappeso o patologie legate a diete ricche di grassi: problemi comuni nelle classi agiate del Medioevo.

Longevità e salute: un’ipotesi

Secondo la ricerca di Franceschi e colleghi, i risultati non sono da sottovalutare: molti Templari arrestati nel 1300 risultavano avere un’età superiore a 70 anni, assai rara per l’epoca, quando la vita media era spesso tra i 25 e i 40 anni.

Sebbene non si possa attribuire la longevità a un solo fattore, la combinazione di dieta equilibrata, frequente consumo di legumi e pesce, moderata assunzione di carne, igiene rigorosa e sobrietà dello stile di vita sembra avere fornito un notevole vantaggio rispetto alla media contemporanea. Alcuni autori suggeriscono che la flora intestinale benefica derivante da legumi e fibre potesse agire come “probiotico naturale”, migliorando le difese immunitarie e la salute a lungo termine.

Contesto storico: norme monastiche e mediche medievali

Le abitudini alimentari e igieniche dei Templari non nascevano dal caso, ma facevano parte di una regolamentazione comunitaria definita come parte della loro regola di vita. Le fonti ordinarie dell’epoca indicavano un regime alimentare moderato, periodi di digiuno, astinenza dalla carne e importanza della pulizia delle stoviglie e dell’ambiente come strumenti di prevenzione delle malattie.

È ragionevole pensare che l’Ordine, attento ai voti religiosi e all’espansione su territori diversi, abbia fatto propri questi insegnamenti e li abbia codificati come norme interne, adattandoli anche alla vita militare e comunitaria di un gruppo che viaggiava, combatteva, stazionava in climi diversi e manteneva castelli, sedi, ospizi e commende in tutto il Mediterraneo.

il senso della disciplina quotidiana templare

Dalle evidenze storiche e dagli studi moderni emerge che l’Ordine dei Templari aveva adottato una visione della nutrizione e dell’igiene sorprendentemente avanzata per il suo tempo. Dieta temperata, uso frequente di alimenti vegetali e pesce, regole collettive sull’igiene a tavola, sobrietà, astinenze rituali: tutto concorreva a creare un equilibrio che univa spiritualità, corpo e salute.

Non si trattava di un regime austero per espiazione, ma di una consapevolezza: il corpo come tempio, il vitto come nutrimento e disciplina, l’igiene come rispetto per la vita. In un’epoca segnata da guerre, carestie e malattie epidemiche, questa scelta, forse dettata da motivi religiosi e pratici, ha rappresentato un modello di equilibrio ben prima che concetti come “dieta sana” o “regole igieniche moderne” fossero formulati.

Per chi oggi cerca ispirazione nel passato, il dato dei Templari invita a riflettere su come la sobrietà, la qualità dei cibi, il rispetto per il corpo e una disciplina di gruppo possano essere parte di un percorso integrale non soltanto fisico, ma anche spirituale.

Oltre il Due: il superamento del duale e l’alchimia dell’unità interiore

Da sempre la mente umana osserva il mondo attraverso coppie di opposti: luce e ombra, bene e male, maschile e femminile, attività e passività. Il pensiero duale è la prima lente con cui interpretiamo la realtà, il modo più immediato per ordinarla. Ma ogni tradizione esoterica, dall’alchimia all’ermetismo, insegna che questa divisione è solo apparente: una soglia da superare, non un confine da idolatrare. L’evoluzione interiore inizia proprio quando comprendiamo che gli opposti sono due volti della stessa sostanza e che il vero lavoro non è scegliere tra essi, bensì integrarli.

Il simbolo che più di tutti raffigura questo superamento è il Rebis, l’androginia perfetta dell’alchimia: l’unione del Re e della Regina, dello zolfo e del mercurio, del principio solare e di quello lunare. Nel suo corpo biunitario, metà maschile e metà femminile, il Rebis rappresenta ciò che accade quando l’iniziazione raggiunge la fase in cui gli opposti smettono di combattersi e cominciano a compenetrarsi. Non più tensione tra forze rivali, ma matrimonio chimico, nozze interiori in cui ogni polarità ritrova il proprio senso nell’altra, come il soffio vitale che ha bisogno sia dell’inspirazione che dell’espirazione.

L’alchimia, infatti, non concepisce la luce come “buona” e l’ombra come “cattiva”: entrambe sono necessarie alla Grande Opera. La notte è il laboratorio in cui avviene la decomposizione e la rinascita delle forme; il giorno è la manifestazione del nuovo stato. Nella figura androgina del Rebis, luce e ombra convivono senza annullarsi: esse esistono in funzione l’una dell’altra, e la loro integrazione è la vera trasmutazione.

Questa visione trova eco nel Principio di Polarità del Kybalion, secondo cui “gli opposti sono identici in natura, differiscono solo di grado”. Non esistono bene e male come entità separate: sono estremi di una stessa scala vibratoria, come caldo e freddo, movimento e quiete, espansione e contrazione. L’interdipendenza tra gli opposti è totale: nessuno dei due potrebbe esistere senza il suo contrario, perché ciascuno definisce l’altro. La “bontà” di un’energia, dunque, non appartiene all’energia stessa, ma alla nostra percezione, ai nostri desideri, alle nostre aspettative. Non è la vibrazione a essere positiva o negativa, siamo noi a etichettarla in base al suo impatto sulla nostra vita contingente.

Lo stesso vale nel linguaggio simbolico dell’astrologia. Saturno, spesso chiamato “Il Grande Malefico”, non è affatto un portatore di sventura. È il simbolo della prova, della disciplina, della necessità di struttura. Le sue energie, che molti percepiscono come dure o pesanti, non sono “cattive”: sono semplicemente funzionali. Saturno concentra, limita, raffredda: ma è attraverso questi movimenti che la forma si consolida e la maturità prende corpo. Ciò che talvolta viviamo come blocco è, nel linguaggio dell’iniziazione, la possibilità di sviluppare coerenza, profondità e responsabilità. Saturno è l’incudine dove il ferro dell’essere viene temprato.

Anche interiormente gli opposti si muovono allo stesso modo. I nostri impulsi non sono mai puramente benefici o dannosi: sono, prima di tutto, energia. Possono diventare forza creativa o distruttiva a seconda di come li leggiamo, li accogliamo e li trasformiamo. La rabbia può diventare lucidità e potere d’azione; la paura può farsi prudenza e saggezza; l’ego ferito può trasformarsi in ricerca di autenticità. Non si tratta di reprimere ciò che sorge dentro di noi né di moralizzarlo, ma di comprenderlo e trasmutarlo: questa è la vera alchimia, la trasformazione del piombo in oro, dell’istinto cieco in consapevolezza luminosa.

Superare il duale non significa negare gli opposti, né aspirare a una neutralità sterile. Significa riconoscere che ogni polarità è un frammento dell’Unità, e che l’essere umano, nella sua ricerca spirituale, è chiamato a ricomporre ciò che appare separato. Significa accettare che la vita è un continuo oscillare tra poli complementari, e che il nostro compito non è schierarci ma armonizzare, trovare il punto in cui la tensione si scioglie in equilibrio dinamico.

Il superamento del duale non è una fuga dal mondo, ma un atto di maturità interiore: la consapevolezza che ogni esperienza, ogni energia, ogni moto dell’animo è materiale utile per la nostra opera. Buono e cattivo perdono il loro valore assoluto e diventano strumenti. Nella fusione degli opposti, nella loro danza, nasce la vera libertà: quella dell’alchimista che, invece di giudicare il fuoco o l’acqua, li usa entrambi per trasformare sé stesso.

E come il Rebis insegna, la completezza non si trova scegliendo un lato, ma accogliendo entrambi. Solo allora il duale si dissolve e rimane ciò che è sempre stato: un’illusione necessaria, un velame che ci permette, passo dopo passo, di ricordare la nostra natura originaria: unitaria, indivisa, intera.

Non esistono energie positive o energie negative. Esistono solo energie. Il giudizio sulla loro qualità risiede unicamente nel modo in cui ci approcciamo a esse.

L’Eremita (Carta IX dei Tarocchi): il custode del tempo e della conoscenza interiore

L’Eremita, nona carta degli arcani maggiori, è il pellegrino dello spirito, il saggio che attraversa il mondo con una lanterna nella notte. Figura antica e solenne, racchiude il mistero della conoscenza che non si proclama, ma che si manifesta nel silenzio. Egli è il simbolo dell’iniziato che sceglie la via della solitudine, non come rifiuto dell’umanità, ma come mezzo per comprenderla più a fondo. La sua postura china e il suo passo lento ci parlano di raccoglimento, di osservazione, di quella pazienza interiore che nasce solo quando si è imparato a distinguere l’essenziale dal superfluo.

Nelle diverse iconografie del Tarocco, la sua figura evolve, ma il nucleo simbolico resta invariato. Nei Tarocchi di Marsiglia, l’Eremita procede con passo meditativo: la sua lanterna, parzialmente celata dal mantello, suggerisce che la conoscenza non deve abbagliare, ma guidare con discrezione. Nei tarocchi Rider-Waite, disegnato da Pamela Colman Smith su indicazione di Arthur Edward Waite, egli si staglia solitario su una montagna, lanterna in alto come faro spirituale; la stella a sei punte al suo interno rappresenta la luce ermetica, la sintesi tra spirito e materia. In quelli di Thot, disegnati da Aleister Crowley, invece, l’Eremita assume dimensioni cosmiche: viene rappresentato vucino a uovo luminoso — simbolo della creazione — a cui si arrotola un serpente, il mercurio filosofico che connette i mondi. Insieme rappresentano l’Uovo Cosmico: simbolo di creazione dell’Universo”. Crowley interpreta l’Eremita come il sacerdote della saggezza, l’alchimista che conosce la solitudine come laboratorio della trasmutazione interiore.

Tuttavia, una delle rappresentazioni più antiche e significative si trova nei Tarocchi Visconti–Sforza, dove l’Eremita non porta una lanterna ma una clessidra. È un dettaglio fondamentale. La clessidra non illumina, ma misura: è la manifestazione del tempo, dell’essere finito, dell’attesa necessaria. In essa si consuma la sabbia dell’esistenza, granello dopo granello, ricordandoci che la saggezza è un’arte di tempo e maturazione. L’Eremita visconteo non cerca la luce esteriore: contempla il fluire del tempo, ne osserva la legge segreta. La sua sapienza nasce dall’osservazione paziente dei ritmi dell’essere, dalla comprensione che tutto ciò che nasce è destinato a trasformarsi, consumarsi e finire. È il custode del tempo e, insieme, colui che sa che ogni istante contiene l’eternità.

Questa dimensione lo rende non solo un ricercatore, ma un osservatore. L’Eremita è colui che vede senza voler possedere ciò che vede. È la coscienza che contempla, che misura il mondo con lo sguardo dell’anima. In senso esoterico, l’osservazione è un atto creativo: osservare significa partecipare, e il vero iniziato partecipa al reale comprendendone il ritmo. Come insegna il Kybalion, “nulla è in quiete; tutto si muove; tutto vibra”: l’Eremita è colui che percepisce la vibrazione e ne diventa consapevole, imparando a risuonare con l’universo anziché contrastarlo.

Waite afferma che l’Eremita “porta la luce della saggezza per guidare coloro che vengono dopo di lui”: è il Maestro che illumina la via, non per condurre gli altri a sé, ma per permettere loro di trovare il proprio cammino. Etteilla, nel suo sistema divinatorio settecentesco, associa all’Eremita la prudenza, la riflessione e la necessità di ritirarsi per rigenerare le proprie forze mentali e spirituali. L’Eremita di Etteilla è la pausa nel ciclo, l’intervallo in cui la mente può tornare limpida.

Il pensatore, massone, astrologo e simbologo Oswald Wirth approfondisce il significato iniziatico della carta. Per Wirth, l’Eremita rappresenta “l’iniziato che avanza nel buio con la luce interiore della saggezza; egli non pretende di possedere la verità, ma la cerca costantemente”. La sua lanterna non serve a rischiarare il mondo, ma a mantenere viva in sé la fiamma dello spirito. Wirth collega l’Eremita alla Scienza Sacra, quella conoscenza che si trasmette da maestro a discepolo non attraverso le parole, ma attraverso la luce dell’esempio. Nella sua lettura, la lanterna è simbolo della Tradizione iniziatica, che si tramanda di mano in mano come una fiamma eterna.

L’Eremita è dunque un iniziato in cammino, non un illuminato giunto al termine. La sua è una ricerca che non si conclude mai, perché la verità non è una meta, ma un orizzonte che arretra man mano che ci si avvicina. Egli sa che il sapere autentico non si accumula, ma si diventa; che ogni certezza è solo una tappa sulla strada del disvelamento. La sua lanterna o la sua clessidra ci insegnano che il tempo e la conoscenza condividono la stessa natura: entrambi scorrono, entrambi mutano, entrambi chiedono pazienza.

Il suo sguardo è rivolto al mondo, ma il suo ascolto è interiore. Come l’alchimista che trasmuta il piombo in oro, l’Eremita trasforma la solitudine in consapevolezza, il dubbio in sapienza, l’attesa in rivelazione. Il suo bastone è il simbolo dell’asse interiore, dell’equilibrio che sostiene il cammino; il mantello che lo avvolge rappresenta il silenzio necessario alla gestazione del pensiero. Tutto in lui è disciplina e raccoglimento: ogni passo è preghiera, ogni sosta è meditazione.

Nell’immaginario collettivo, l’Eremita è diventato un archetipo del saggio e del cercatore. Persino nella cultura moderna la sua figura sopravvive: nel 1971 i Led Zeppelin scelsero un’immagine dell’Eremita ispirata al Tarocco di Waite per la copertina del loro quarto album, a simboleggiare la ricerca spirituale, la solitudine del genio creativo e la luce che guida l’anima nell’oscurità. È una dimostrazione di come l’archetipo dell’Eremita, pur antico, continui a risuonare nelle sensibilità contemporanee come emblema della conoscenza interiore e della maturazione personale.

Infine, l’Eremita è l’anziano che incarna la memoria del tempo. La sua barba e il suo volto segnano l’età della coscienza, non della carne. È il testimone dell’impermanenza, colui che ha visto passare le stagioni dell’anima e ha imparato a non identificarsi con esse. In lui il tempo non è nemico, ma maestro: è l’elemento attraverso cui la conoscenza si radica e si trasforma in saggezza.

La sua lezione è semplice e insieme sconvolgente: la conoscenza non è un traguardo, ma un cammino di continua trasformazione. L’iniziazione non promette risposte, ma offre strumenti per sostenere la ricerca. La verità non si possiede — si serve. E chi serve la verità diventa, come l’Eremita, una lanterna per chi cammina nel buio.

L’Eremita è il tempo che osserva se stesso, la luce che si nasconde per non accecare, il silenzio che insegna a udire. La sua lanterna — o la sabbia che scorre nella clessidra — ci ricorda che ogni passo, ogni respiro, ogni istante è un atto di conoscenza. Cercare è vivere, e vivere è imparare a portare una luce che non ci appartiene, ma che da noi, per un attimo, si lascia trasmettere.

Il Solfeggio umano: frequenze, simboli antichi e trasformazione interna

Fin dall’alba dei tempi, l’essere umano ha percepito nel suono qualcosa di sacro, un linguaggio che precede la parola e trascende la forma. Il suono è vibrazione, e la vibrazione è vita. Tutto ciò che esiste si muove, e ogni movimento genera una frequenza. Il corpo, la mente e lo spirito partecipano a questo concerto cosmico, risuonando con l’armonia o il disordine che li circonda. È in questa consapevolezza che nasce l’idea di un solfeggio umano: non solo una scala di note, ma un insieme di vibrazioni interiori capaci di condurre alla trasformazione.

La musica, i mantra, le preghiere, le intonazioni rituali non sono semplici espressioni estetiche: sono strumenti. Ogni suono, quando ripetuto con intenzione, diventa una chiave in grado di aprire porte interiori. Le antiche tradizioni lo sapevano bene: il canto gregoriano, i raga indiani, i mantra tibetani, le recitazioni islamiche durante le varie fasi della preghiera, tutto nasce dalla stessa intuizione — che il suono non serve solo a comunicare, ma a trasmutare. Quando pronunciamo o ascoltiamo una preghiera, ci accordiamo a una frequenza, ci allineiamo a un ritmo che può elevarci o dissolverci. Il suono diventa un ponte tra la materia e lo spirito, tra il visibile e l’invisibile.

Le campane sono forse il simbolo più universale di questa unione. Nessun rituale sacro ne è privo. Le troviamo nei templi buddhisti del Tibet, dove risuonano per accompagnare la meditazione e, nello specifico, sulla vacuità; nelle chiese cattoliche, dove annunciano il tempo sacro; nelle confraternite sufi, dove accompagnano la ripetizione del nome divino. Persino nei rituali massonici, la campana è presente, a segnare l’inizio e la fine del lavoro interiore. Quando il metallo vibra, non è solo l’aria a tremare: si espande la nostra parte sottile, quella che riconosce il richiamo del mondo invisibile. Il suono, infatti, è il movimento stesso dello spirito.

Il Kybalion, testo cardine della filosofia ermetica, ricorda che “Nulla è in quiete; tutto si muove; tutto vibra.” Il Principio di Vibrazione afferma che ogni cosa, dal più alto piano spirituale al più basso piano materiale, è energia in movimento. Quando comprendiamo questo, comprendiamo anche che modificare la nostra vibrazione significa modificare il nostro stato d’essere. Le emozioni, i pensieri, le parole — tutto emette frequenze. Se ci accordiamo con vibrazioni più armoniche, possiamo trasformare la nostra percezione della realtà.

Ecco allora che la musica diventa medicina, il suono diventa maestro. Una melodia malinconica può condurci alla riflessione e all’introspezione, mentre un ritmo solare può risvegliare energia e desiderio di vivere. Le vibrazioni non solo influenzano l’umore, ma anche la nostra visione del mondo. Ogni volta che una nota ci commuove, qualcosa dentro di noi si sposta, si riordina, si allinea. È un atto di risonanza spirituale.

La scienza antica dei toni solfeggio, riscoperta e reinterpretata in epoca moderna, si fonda su questo principio. Si dice che determinate frequenze abbiano il potere di ristabilire l’armonia interiore, di riequilibrare ciò che è dissonante. Che sia realtà o suggestione poco importa: ciò che conta è il risultato. Il suono agisce perché siamo fatti di vibrazione; il nostro corpo, i nostri pensieri, il nostro spirito, sono corde di uno stesso strumento. Quando ci accordiamo, tutto ciò che ci circonda risponde.

Ogni rito, in fondo, è un’operazione di risonanza. Le campane, i canti, i mantra, i tamburi, non servono a evocare divinità lontane, ma a ricordarci che il divino vibra dentro di noi. Quando il suono si espande nello spazio sacro, ciò che realmente si muove è la coscienza. Le vibrazioni “oltrepassano” i limiti del corpo, dissolvono il confine tra interno ed esterno, tra umano e divino. È per questo che in tutte le culture il suono è considerato un atto di potere, una forma di conoscenza esperienziale.

Nell’ascolto profondo del suono, non c’è separazione. Ciò che vibra fuori di noi risveglia ciò che vibra dentro. L’essere umano diventa parte di una sinfonia cosmica che non ha inizio né fine. Comprendere questo significa riscoprire il senso del principio ermetico: modificando la vibrazione, modifichiamo la realtà, perché “come in alto, così in basso; come dentro, così fuori.”

Così, il solfeggio umano non è un insieme di frequenze misurabili, ma un’arte interiore. È l’accordatura dell’anima con il suono del mondo, la capacità di ascoltare la musica che scorre sotto la superficie delle cose. È riconoscere che la vita intera è suono, che ogni emozione, pensiero o respiro è una nota di un’armonia più vasta. E che, forse, la più alta forma di conoscenza è saper ascoltare — dentro e fuori di noi — fino a percepire la vibrazione originaria da cui tutto nasce e a cui tutto ritorna.

Respice post te. Hominem te memento

“Guarda dietro di te. Ricordati che sei un uomo.”

Con queste parole — “Respice post te. Hominem te memento” — secondo la tradizione, un attendente (ma secondo alcune fonti persino uno schiavo!) ammoniva il generale romano durante la parata per celebrarne un trionfo. Mentre l’imperatore, rivestito d’oro e di porpora, percorreva le vie di Roma tra il clamore della folla, una voce umana, dietro di lui, gli ricordava che, nonostante la gloria e la potenza, restava un semplice mortale. Era un monito alla misura, un invito alla consapevolezza della fragilità e dell’impermanenza di tutte le cose.

Questo insegnamento, che nei secoli si è condensato nella formula memento mori — “ricorda che devi morire” — è diventato uno dei simboli più profondi e universali della coscienza umana. È il filo che lega filosofia, arte, religione e alchimia; un richiamo costante alla caducità della vita e, paradossalmente, alla sua più autentica intensità.

Dalle tombe etrusche alle nature morte barocche, dalle celle monastiche ai trattati medievali, il memento mori ha assunto innumerevoli forme. Teschi appoggiati su libri aperti, clessidre, candele che si consumano, fiori appassiti, bolle di sapone sospese nell’aria: ogni immagine rimanda alla stessa verità, che la vita è un soffio e che ogni istante, proprio perché fugace, è sacro.

Nelle chiese del Seicento, spesso si trovano affreschi con scheletri danzanti — la danza macabra — in cui nobili, contadini, papi e mendicanti vengono condotti indistintamente dal medesimo passo verso la fine. È la morte che livella le differenze, che restituisce a tutti una sola misura.
Nei monasteri, i monaci benedettini tenevano un teschio sul tavolo di studio per ricordare che ogni parola scritta, ogni preghiera, ogni pensiero doveva nascere sotto lo sguardo della fine.


Il memento mori non è un invito alla tristezza, ma alla verità. Esso ricorda che tutto ciò che oggi ci appare enorme — le nostre preoccupazioni, le ambizioni, i desideri, le paure — scomparirà presto. Tutto ciò che amiamo e temiamo è destinato a dissolversi nel grande respiro dell’esistenza.

Ogni cosa che oggi ci pare vitale — un litigio, un lavoro, una perdita, una gioia — tra un secolo non esisterà più. Di noi, probabilmente, nessuno ricorderà il nome.
I nostri pronipoti non sapranno chi eravamo, come abbiamo vissuto, chi abbiamo amato.
Eppure, i nostri bisnonni hanno amato, lavorato, sofferto, riso. Hanno avuto i nostri stessi dubbi, le nostre stesse fatiche, gli stessi sogni. Ma noi non lo sappiamo, né possiamo saperlo.
La memoria del singolo si perde, ma ciò che rimane è il fluire stesso della vita, l’opera incessante della creazione che si rinnova.

Mettere i nostri problemi in questa prospettiva — quella della vita, dello spazio e del tempo — li ridimensiona, li dissolve. Se nessuno li conoscerà né li ricorderà, anche se oggi ci sembrano enormi, forse non hanno mai avuto il peso che credevamo. La vita è un lampo, e tuttavia, in quel lampo, si riflette l’eternità.


I massoni operativi del Medioevo conoscevano profondamente questo principio. Essi lavoravano nei grandi cantieri delle cattedrali, dedicando la vita a costruire edifici che non avrebbero mai visto terminati. Molti di loro non erano nati quando si posò la prima pietra, e sarebbero morti molto prima che l’ultima venisse collocata. Tuttavia, lavoravano con la stessa dedizione, con lo stesso senso del sacro.

Sapevano che ciò che facevano non apparteneva al proprio tempo, ma all’eterno. Le loro mani levigavano pietre che avrebbero retto il peso di secoli. La loro conoscenza e la loro fatica non cercavano un riconoscimento personale, ma partecipavano a un disegno più grande.
Questo è il senso più profondo del memento mori: ricordarsi della propria finitezza non per arrendersi, ma per comprendere che la vita trova significato solo quando si trascende il sé, quando si partecipa a qualcosa di più ampio.

Forse dovremmo imparare da loro. Non lavorare solo per l’oggi o per il domani, ma per ciò che non vedremo mai. Per un’idea, una bellezza, un’armonia che ci supera. Siamo pietre vive in un cantiere cosmico, strumenti di una costruzione che non ci appartiene ma che ci include.


Il memento mori non è ossessione per la fine, ma consapevolezza del limite. La morte, nel pensiero esoterico e filosofico, è la soglia che restituisce significato alla vita.
Solo chi sa di morire può comprendere il valore del vivere.
Senza la morte, tutto sarebbe indifferente; è la sua ombra che accende il colore delle cose.
Ogni mattina è preziosa solo perché sappiamo che il tempo scorre.

Il monito “ricordati che devi morire” diventa allora un invito alla presenza: a vivere ogni gesto come se fosse unico, a rendere ogni istante degno di essere ricordato anche se, in realtà, nessuno lo ricorderà.
L’oblio, da nemico, diventa un alleato. Ci libera dal peso di dover lasciare traccia. Ci insegna che il valore di una vita non è nella memoria che lascia, ma nella coscienza con cui viene vissuta.

Da un punto di vista esoterico, la morte è una trasformazione: non la fine dell’essere, ma della sua forma.
La natura si rinnova attraverso la distruzione. Ciò che si decompone nutre ciò che nasce.
Il corpo si dissolve, ma la vita continua a fluire. L’individualità svanisce, ma la sostanza di cui siamo fatti ritorna al Tutto.

Così come i muratori medievali sapevano che le loro pietre avrebbero sorretto le volte di una cattedrale che non avrebbero mai visto, anche noi possiamo accettare che la nostra esistenza, pur piccola e limitata, contribuisce a un ordine più grande.
Ogni pensiero, ogni gesto, ogni sofferenza lascia un’impronta invisibile nel disegno dell’universo.

La consapevolezza del memento mori non toglie valore alla vita, ma lo moltiplica. Ricordare che moriremo ci restituisce all’essenziale: all’amore, alla verità, alla compassione. È la morte che ci insegna a vivere.


Forse, nella vita moderna, manca proprio quella voce dietro di noi.
Quella voce che ci ricorda la fragilità e la misura, che ci riporta alla realtà quando crediamo di essere il centro del mondo.
Ma il memento mori non vuole umiliarci: vuole renderci liberi.
Solo chi accetta di morire può vivere senza paura.
Solo chi guarda la fine con serenità può scoprire il valore infinito del presente.

L’imperatore che ascoltava lo schiavo dietro di sé non perdeva la sua dignità, la riconosceva.
Era uomo, e in quanto uomo, parte dell’eterno ciclo della vita e della morte.

Respice post te. Hominem te memento.
Guarda dietro di te. Ricordati che sei un uomo.
Non per temere la morte, ma per onorare la vita.

“Danza Macabra” di Jakob von Wyl (1586-1619)

Conoscenza: l’arte di leggere la realtà

La parola “Conoscenza” è spesso utilizzata in modo generico, come se fosse semplicemente sinonimo di “sapere”. Ma nel linguaggio esoterico e iniziatico essa assume un significato più profondo, che unisce elementi di studio, esperienza e intuizione in un’unica visione armonica del reale.

Per comprendere meglio questa complessità, è utile distinguere innanzitutto tra sapienza e saggezza. La sapienza può essere intesa come il patrimonio di nozioni acquisite attraverso lo studio, la ricerca e l’analisi: un sapere di carattere accademico, enciclopedico, frutto della memoria e della disciplina intellettuale. È la conoscenza che si costruisce sui libri, che amplia la cultura e rafforza gli strumenti critici con cui leggiamo il mondo.

La saggezza, invece, è qualcosa di più vasto e difficile da definire. È l’incontro tra il sapere e l’esperienza, tra l’intelletto e l’intuizione. È la capacità di calare il sapere nella vita, di tradurlo in azione e di connetterlo alle emozioni, agli istinti e alle percezioni sottili. Non a caso, nel rituale massonico, quando il Maestro Venerabile apre i lavori al colpo del maglietto e proclama: “Che la saggezza si irradi in questo Tempio”, non si limita a invocare la trasmissione di concetti o nozioni. Invoca invece un’atmosfera di comprensione più ampia, che include i sentimenti, le intuizioni e le energie che attraversano i partecipanti.

In questo senso, la vera Conoscenza non si riduce alla capacità di accumulare informazioni, ma è piuttosto l’arte di leggere la realtà attraverso noi stessi. Una parte di questa capacità si fonda sullo studio e sull’apprendimento: la cultura e l’analisi critica ci permettono di riconoscere schemi, simboli e strutture che si ripetono nella vita, aiutandoci a decifrare ciò che ci circonda. Ma l’altra parte, non meno importante, consiste nel saper percepire e interpretare il mondo emotivo ed energetico che si muove attorno a noi.

Conoscere significa quindi riuscire a cogliere le vibrazioni sottili di un contesto, comprendere quando è opportuno inserirsi per contribuire positivamente, oppure quando allontanarsi se l’ambiente è disarmonico o “tossico”. È una forma di consapevolezza che unisce la mente e il cuore, il sapere acquisito e la sensibilità interiore.

La Conoscenza è, in fondo, la capacità di individuare – o almeno intravedere – i contorni del “groviglio armonioso” che costituisce l’esistenza. Essa non è mai lineare né univoca, ma un intreccio di esperienze, emozioni, pensieri e intuizioni che si alimentano a vicenda.

Infine, Conoscere significa saper riunire la parte emotiva e quella intellettuale in un atto creativo: trasformare il sapere in intuizione, l’intuizione in pensiero, il pensiero in parola o azione. È un processo dinamico, che non si esaurisce mai, perché ogni nuova esperienza e ogni nuovo studio arricchiscono e ridefiniscono continuamente la nostra capacità di comprendere.

Così, la Conoscenza diventa un cammino di equilibrio tra ragione e intuizione, tra teoria e vita vissuta, tra luce interiore e apertura verso l’altro (e l’alto?). Un cammino che non si misura in quanto sappiamo, ma in quanto riusciamo a essere dentro il fluire del mondo.

La Conoscenza, in ultima analisi, non è una meta definitiva né un traguardo da conquistare una volta per tutte. È piuttosto un orizzonte che si allontana man mano che ci avviciniamo, un ideale che ci guida ma che non si lascia mai possedere del tutto. E proprio per questo non è indispensabile raggiungerla: possiamo sceglierla come meta ideale verso cui tendere, oppure decidere di non farlo, e in entrambi i casi il suo valore rimane intatto.

Il vero fine del Sapere non è la conquista di una verità assoluta, ma la trasformazione interiore che avviene nel corso della ricerca. Ciò che conta non è accumulare risposte, ma lasciarsi trasformare dal viaggio stesso, dall’incontro tra studio, esperienza ed emozione.

La grande mutazione che avviene attraverso il “Sapere” è relativo unicamente a noi: il nostro sguardo, la nostra capacità di interpretare e vivere la realtà. E forse è proprio in questo continuo mutare, in questa infinita tensione verso qualcosa che sfugge, che si cela il senso più autentico della ricerca conoscitiva.

La Conoscenza non ha il potere di cambiare il mondo, ma cambia noi stessi e il nostro modo di vederlo.

La civetta, simbolo di Minerva (Atena in Grecia): Dea della Saggezza e dell’applicazione pratica del Sapere

Significato Esoterico dell’Equinozio di Autunno

L’equinozio d’autunno rappresenta uno dei momenti più solenni del ciclo annuale, un istante sospeso in cui il Sole si trova esattamente sull’equatore celeste e giorno e notte si equivalgono. È il segno tangibile che, almeno per un attimo, l’equilibrio è possibile: luce e oscurità si guardano negli occhi, senza che l’una prevalga sull’altra.

Nella tradizione esoterica occidentale, gli equinozi e i solstizi sono considerati porte iniziatiche, momenti in cui le forze cosmiche e quelle interiori si rispecchiano reciprocamente secondo la legge ermetica del “Come in alto, così in basso”. L’equinozio, in particolare, è il punto mediano di un grande pendolo: il principio di polarità e quello del ritmo ci insegnano che ogni fenomeno tende a oscillare dal suo opposto, e l’equinozio è il centro invisibile di questa oscillazione.

Ma cosa significa, interiormente, vivere l’equinozio d’autunno? Significa riconoscere che a partire da questo giorno le tenebre inizieranno a crescere: le ore di buio supereranno progressivamente quelle di luce, portandoci verso l’inverno. Non si tratta di un monito minaccioso, bensì di un invito alla consapevolezza: la natura ci insegna che nulla può rimanere statico e che la vita stessa è un alternarsi continuo di espansione e contrazione, luce e oscurità, manifestazione e introspezione.

In questo senso, il compito dell’iniziato non è quello di combattere l’oscurità, ma di integrarla. L’autunno ci richiama alla raccolta interiore: ciò che abbiamo accumulato in termini di luce, energia e consapevolezza durante l’estate deve ora essere custodito, come semi che troveranno la loro germinazione nelle stagioni future. La luce dell’estate (la Luce della Conoscenza) non va dimenticata, ma trasformata in calore interiore per affrontare il tempo del buio, riscaldarsi e riscaldare gli altri.

Il simbolismo dell’equinozio ci ricorda che il giorno e la notte non sono avversari, bensì poli complementari che cooperano nell’equilibrio universale. È la stessa lezione che ci insegnano gli archetipi del Sole e della Luna, di Osiride e Iside, di Apollo e Artemide: l’armonia non nasce dall’eliminazione di un polo, ma dalla loro reciproca integrazione e complementarità.

È importante ricordare che non possiamo percepire una cosa come se avesse un’esistenze indipendente da ciò che la circonda; pertanto, gli eventi che operano su poli opposti sono parte della stessa manifestazione ma seguono gradi diversi: caldo e freddo sono due manifestazioni della temperatura.

Pertanto anche luce e buio e il loro continuo ciclo sono parte della stessa manifestazione: l’Esistenza. (v. Il Kybalion: 4 – Principio di Polarità)

Da domani la notte inizierà ad avere il sopravvento, eppure questa “vittoria” non è definitiva. Il ritmo cosmico garantisce che al solstizio d’inverno la luce ricomincerà la sua ascesa, fino a prevalere nuovamente al prossimo equinozio di primavera. È dunque un ciclo, non una condanna: un movimento eterno che ci invita alla fiducia e alla resilienza. (v. Il Kybalion: 5 – Principio del Ritmo)

L’equinozio d’autunno è quindi un tempo di celebrazione: non della vittoria di uno dei due poli, ma della loro temporanea uguaglianza. È la dimostrazione che l’equilibrio esiste, che non è un’utopia ma un punto reale, sperimentabile. Proprio in questo equilibrio istantaneo si cela un grande insegnamento iniziatico: così come il Sole e la Terra si armonizzano in questo momento, anche noi possiamo trovare dentro di noi un centro immobile, capace di contenere e pacificare gli opposti.

Celebrare l’equinozio significa riconoscere il ritmo della vita senza ansie né resistenze, accogliendo il buio che avanza come parte necessaria del ciclo, e custodendo dentro di noi la certezza che la luce in ogni suo simbolo e significato, inevitabilmente, tornerà a splendere.

La “Putrefactio” alchemica: morte e rinascita nel Tutto

Nell’immaginario alchemico, ogni fase del Magnum Opus (la “Grande Opera”) rappresenta non soltanto un processo chimico o simbolico, ma una tappa necessaria nel cammino interiore. Tra queste, la Putrefactio occupa un posto cruciale: essa è la disgregazione, la dissoluzione, la morte apparente che prepara la via alla rinascita.

Il termine evoca immagini di corruzione e decomposizione: la materia che si scioglie, il corpo che perde la sua forma, il dissolversi di ciò che prima appariva solido e stabile. Ma, lungi dall’essere solo un atto di distruzione, la Putrefactio è un ritorno al principio vitale.

Quando un corpo si decompone, esso non “finisce” nel nulla: diventa nutrimento, humus, sostegno per altre forme viventi. In questo senso, la sua morte è solo la fine di una manifestazione della vita e delle sue proprie percezioni, mentre la vita stessa continua trasmutandosi. cambiando abito e forma.

L’alchimia, con i suoi simboli, ci invita a riconoscere che ciò che chiamiamo morte non è altro che il passaggio da uno stato all’altro. Se l’Io si identifica soltanto con la sua forma materiale, allora la morte appare come la fine assoluta. Ma se comprendiamo di appartenere al Tutto, allora la morte si rivela come un passaggio, la riconsegna dei nostri elementi alla totalità della vita.

Ciò che eravamo diventa parte di ciò che sarà. La putrefazione non è quindi annientamento, ma trasformazione.

Questo principio non riguarda soltanto la materia, ma anche la vita interiore. La Putrefactio trova il suo riflesso nei momenti di dolore, di perdita, di crisi che inevitabilmente attraversiamo. Ogni sofferenza profonda porta con sé una morte simbolica: muore un’immagine di noi, muoiono certezze, illusioni, legami. Ma da quel disfacimento nasce la possibilità di una nuova consapevolezza, di un io rigenerato, più autentico.

Come il seme deve marcire nella terra prima di germogliare, così l’essere umano deve attraversare il buio della dissoluzione per poter rinascere a sé stesso.

Non a caso, molte tradizioni iniziatiche parlano di morte iniziatica. Nel rito, l’iniziando affronta simbolicamente la propria dissoluzione: egli “muore” rispetto al profano che era, per rinascere come iniziato, portatore (o spettatore) di una nuova luce e di un nuovo sapere. Questo atto rituale riproduce, in forma simbolica e interiore, il medesimo processo della Putrefactio: disgregare per ricreare, lasciare morire ciò che è vecchio affinché possa emergere ciò che è nuovo.

La lezione della Putrefactio è allora universale: non possiamo evitare la morte, sia essa fisica o simbolica, ma possiamo comprenderne il significato profondo.

Essa non è un muro invalicabile, bensì una porta. È la fine di una nostra forma, non della vita. È l’inizio di un’altra manifestazione, diversa, ma comunque parte del ciclo eterno del Tutto.

Accettare la Putrefactio significa accettare il principio stesso della vita: che ogni nascita porta in sé la promessa di una morte, e ogni morte custodisce in sé il seme di una nuova vita. È un invito a guardare con occhi nuovi al dolore, alla perdita, al disfacimento: non come condanne, ma come occasioni di rigenerazione. Solo chi ha il coraggio di accettare la morte (propria o altrui) come un percorso ineluttabile dell’Essenza può davvero rinascere e imparare a conoscerla e riconoscerla.

In questo senso, la Putrefactio non è soltanto una fase alchemica, ma un archetipo esistenziale: ci insegna che la vita non appartiene alla singola manifestazione che chiamiamo “io” o alla percezione che questo ha del mondo e di sé, ma al flusso infinito in cui ogni cosa si disfa per rinascere. E se siamo parte di questo flusso o impariamo a comprenderlo, accettarlo e integrarci a lui, allora, in verità, la morte non esiste.

Rappresentazione alchemico-simbolica della Nigredo: la fase della Grande Opera a cui la “Putrefactio” fa riferimento.
In calce “Omnia ad uno et in unum omnia” (Tutto verso l’Uno, l’Uno in tutto).
Sulle pagine del libro, invece: “Mutus Liber: lege, lege, relege, labora et invenies”
(Mutus Liber: leggi, leggi e rileggi, lavora duramente e troverai).
Interessante notare il Sigillo di Salomone, rappresentante l’unità del Tutto, inciso sul segnalibro.

La Rotta Segreta del Libero Arbitrio


Il concetto di libero arbitrio è tra i più affascinanti e controversi della filosofia e della spiritualità. Siamo davvero liberi nelle nostre scelte o ciò che chiamiamo “libertà” non è altro che l’illusione di un percorso già tracciato, determinato da un’infinità di condizioni personali e ambientali?

Ogni decisione che prendiamo è il risultato di una catena di fattori invisibili: emozioni, educazione, traumi, convinzioni, gusti, insegnamenti ricevuti, esperienze accumulate, caratteristiche innate…

Non siamo isole indipendenti: siamo tessuti di storia, memoria e contesto. Se un’altra persona avesse vissuto esattamente la nostra vita – con la stessa infanzia, gli stessi incontri, le stesse ferite e gioie – con tutta probabilità farebbe le nostre stesse scelte.

Il Kybalion, antico testo ermetico, esprime questa verità attraverso la Legge di Causa ed Effetto (v. Il Kybalion: 6 – Principio di Causa e Effetto): nulla avviene per caso e ogni effetto ha la sua causa, così come ogni causa produce un effetto. Ogni gesto, ogni pensiero, ogni scelta che compiamo non nasce dal vuoto, ma è conseguenza di qualcosa che l’ha preceduta. A sua volta, ciò che decidiamo diventa seme per conseguenze future in una catena senza interruzioni.

In questa prospettiva il libero arbitrio assoluto sembra dissolversi. Non siamo padroni delle nostre decisioni, ma parte di un flusso deterministico che ci attraversa. Tuttavia esiste una soglia sottile che può trasformare questa condizione in una via di crescita: la consapevolezza.

Essere consapevoli significa osservare le radici delle nostre azioni, riconoscere i condizionamenti che ci abitano e decidere non in modo automatico, ma con presenza. Conoscere le motivazioni che ci spingono a un determinato gesto o pensiero. ù

È in quell’istante che nasce una forma diversa di libertà.

Immaginiamo la nostra vita come una retta tracciata in avanti, determinata dalle cause che ci hanno preceduti. Ogni volta che agiamo senza consapevolezza, non facciamo altro che camminare su quel tracciato già disegnato. Ma se, anche solo per un attimo, ci fermiamo e compiamo una scelta lucida, anche minima, modifichiamo quella traiettoria: creiamo un angolo, impercettibile all’inizio, ma che a lungo andare porta il nostro cammino a divergere sempre di più dalla linea originaria.

È questo il vero potere che ci è concesso: non l’illusione di un libero arbitrio assoluto, ma la possibilità di generare nuove direzioni attraverso la coscienza. In altre parole, non possiamo scegliere ciò che ci accade o ciò che ci ha plasmati, ma possiamo decidere come rispondere.

Il destino è dunque una corrente che ci trascina, ma la consapevolezza è la vela che possiamo spiegare per orientare, anche solo di poco, la nostra rotta.

È in questo piccolo scarto si nasconde la vera libertà.