Esoterismo e Magia: due vie, un’unica soglia

La distinzione tra magia ed esoterismo è sottile, quasi impalpabile, e spesso le due dimensioni si intrecciano fino a confondersi. Riconoscerne le peculiarità permette di comprenderne la natura profonda delle manifestazioni e di cogliere come entrambe parlino, seppure in modi diversi, del rapporto tra l’essere umano (o essere vivente?) e la realtà che lo circonda.

La magia, nel senso più ampio, è l’insieme di pratiche e tecniche rituali volte a produrre un cambiamento: nella realtà esterna, nella percezione di chi la vive o nell’immagine che diamo di noi stessi agli altri. Non si limita a “fare accadere” qualcosa: è un mutamento di prospettiva. Un incantesimo, un gesto simbolico, un rito ben costruito non agiscono solo sugli eventi, ma alterano la mappa mentale e sensoriale con cui interpretiamo il mondo. Così ciò che era invisibile diventa evidente o ciò che sembrava immutabile appare improvvisamente fluido e malleabile – o quantomeno influenzabile.

In questa prospettiva la magia lavora sulle porte della percezione: i cinque sensi. Sono essi a fornire la materia prima della nostra esperienza, e sono anche il tramite attraverso cui gli altri ci percepiscono. Modificando il modo in cui vediamo, ascoltiamo, tocchiamo il mondo possiamo trasformare la nostra realtà soggettiva e, di riflesso, quella altrui. È per questo che molti sistemi magici insistono su uno studio raffinato dei sensi e della loro interazione con il contesto: essi non sono semplici canali passivi, ma strumenti creativi.

L’esoterismo, invece, è prima di tutto un approccio conoscitivo, indagativo e iniziatico. Il termine deriva dal greco esōterikos (“interno”) e, dal punto di vista uffiiciale, indica un sapere riservato a pochi, trasmesso in forme velate, spesso attraverso simboli o allegorie e insegnamenti che richiedono un lavoro interiore per essere compresi.

Tuttavia la legge ermetica della Corrpispondenza: “così in alto come in basso, così in basso come in alto. Così all’interno come all’esterno” – ci ricorda che la struttura dell’universo e quella dell’essere umano rispecchiano la stessa armonia. Il macrocosmo e il microcosmo sono specchi l’uno dell’altro.

Questo porta a un punto fondamentale: nell’esoterismo, il “dentro” non è solo uno spazio interiore psicologico, ma un intero universo che riflette e contiene quello esterno. L’accesso a questo “interno” è un atto di trasformazione: comprendendo sé stessi si comprendono le leggi che reggono il Tutto. È in questo contesto che il simbolo dello specchio diventa centrale: esso rimanda alla capacità di vedere la propria immagine, ma anche di oltrepassarla e trascenderlla, riconoscendo che ciò che osserviamo di noi è contemporaneamente ciò che il mondo vede di noi e ciò che noi proiettiamo verso il mondo.

Magia ed esoterismo, pur avendo finalità e metodi diversi, condividono una consapevolezza: la realtà non è una struttura fissa e immobile, ma un intreccio dinamico tra percezione, conoscenza e intenzione. La magia agisce su questo intreccio modificando il modo in cui appariamo e percepiamo; l’esoterismo lo esplora come via di conoscenza profonda, invitandoci a guardare nello specchio della nostra interiorità per scoprire che il mondo esterno non è altro che il suo riflesso e lavorare sulle proprie imperfezioni e mancanze con i fini della crescita e del miglioramento.

In fondo entrambe le dottrine ci chiedono di attraversare una soglia: riconoscere che ciò che vediamo “fuori” e ciò che scopriamo “dentro” non come mondi separati, bensì come due facce dello stesso mistero.

Fondamentalmente il principio su cui lavora la magia è quello di modificare la percezione che abbiamo del mondo e quella che del mondo ha di noi, altresì l’esoterismo non porta a modificare realtà esterne bensì insegna a trovare e migliorare ciò che già si è.

Interdipendenza tra Materiale e Immateriale

Sia nelle religioni abramitiche che nell’Epopea di Gilgamesh, nella cultura taoista, in alcuni miti ellenici e persino in parte di quelli amazzonici la prima azione che l’Assoluto (in qualsiasi modo questo venga rappresentato) compie è quella di separare il Cielo e la Terra. A livello simbolico è piuttosto semplice indicare questa differenziazione come rappresentazione del mondo materiale e di quello impalpabile.

Si può supporre che il dualismo si manifesti per la prima volta in questo contesto.

Seguendo il Principio di Polarità della Filosofia Ermetica, queste manifestazioni non sono opposte bensì complementari. La complementarietà di questi due elementi va necessariamente a rappresentare la fonte superiore da cui scaturiscono: il Tutto Esistente. Unitamente all’integrarsi tra loro, però, sono anche interdipendenti: nessuno dei due può esistere senza l’altro. Oltre all’influenzarsi vicendevolmente, sia la forma materiale che quella invisibile sono fondamentali per la creazione del proprio rovescio. Non ci potrebbe essere un mondo sottile senza la presenza di quello grossolano poiché è l’esistenza stessa di qualcosa a rendere definibile (e quindi esistente) ciò che da lei è diverso.

Nulla esiste in maniera indipendente ma solo a mezzo di relazione con altri elementi.

Abbiamo percezione di un fenomeno unicamente quando questo entra in un rapporto – fisico o mentale – con noi. Se non ci capita di incontrarlo nella nostra sfera questo, secondo la nostra personale concezione del mondo, non esiste.

Cosmogonia ermetica spiegata attraverso i simboli

Dando credito all’assioma ermetico: “come in alto così è in basso, come all’esterno così all’interno” si può prendere in considerazione quanto anche l’interiorità degli esseri sia strettamente relazionata al corpo che la contiene. Il corpo, ossia la manifestazione materiale della nostra essenza, è il mezzo per fare esperienza del mondo. Attraverso i cinque sensi permette le percezioni, ossia la via di comunicazione tra il corpo e la materia sottile che lo anima. Il corpo fisico è quello che permette di ricevere e condividere informazioni, avere interazione con altri elementi e riuscire a comprendere la realtà. Il corpo mentale (per semplicità soprassiedo alla distinzione tra anima e spirito n.d.a.), invece, è ciò che rielabora le informazioni, le sviluppa, crea pensieri e immaginazione. Concetti come la forza di volontà, il pensiero e l’attività risiedono nella parte invisibile degli esseri mentre il corpo fisico è quello che passivamente fa da tramite tra il mondo esterno e quello interno.

Sempre per un discorso relativo all’interdipendenza è importante pensare che il corpo, se privato della parte sottile (al momento della morte), si disgrega. Dalla putrefazione della materia, però, si creano degli elementi nutritivi per altre forme di vita nonché, semplicemente, si trasforma mutando la sua composizione e la sua apparenza ma senza scomparire. È evidente che la propria morte sia percepita come la fine dell’esistenza, ma in realtà è la fine della percezione del Tutto da parte della forma presente, non dell’essenza assoluta. Se si guarda da un piano più alto la vita non finisce: semplicemente anziché una manifestazione con una determinata identità ne assume altre. Questo fa pensare, sempre seguendo lo “specchio” tra mondo materiale e sottile, che al momento della separazione tra corpo fisico e mentale anche il secondo non smetta di esistere, ma possa scindersi in varie forme pensiero poi disperse nell’etere e/o pronte a ricoagularsi sotto altre forme.

Come più volte sottolineato l’interdipendenza tra i due elementi è ciò che crea l’Esistenza stessa e la riconoscibilità di ognuna delle due parti. È proprio al momento della morte che si rappresenta il fatto dell’esistenza in forma individuale (corpo e mente) che finisce a causa della separazione delle parti che lo compongono, ma che al contempo continua in forma assoluta (piano materiale e piano immateriale) in quanto quella che si disgrega è solo una delle infinite manifestazioni del Tutto, pertanto l’equilibrio delle cose si modifica a livello estetico ma resta immutato nella sua parte sostanziale.

Spesso si parla di “dissoluzione dell’Ego” come uno degli obiettivi massimi da raggiungere in questa vita. L’Ego, invece, è fondamentale per la percezione dell’esistenza stessa. Se non avessimo un senso di separazione dal mondo che ci circonda non avremmo modo di interagirci e pertanto di sperimentare, ossia di percepire l’Esistenza esistendo. Secondo le regole iniziatiche espresse sopra, ciò che percepiamo corrisponde alla nostra personale interpretazione della realtà (per questo abbiamo una visione parziale: per ovvi motivi riusciamo a interagire solo con una minima parte del Tutto!).

Se non avessimo un Ego a mezzo del quale sperimentare l’Assoluto, o non avremmo modo di esistere o non saremmo in grado di percepire la nostra esistenza.

Iniziazione, Tradizione e…

Spesso nei manuali si parla di “Iniziazione” come un opposto della “Tradizione”. Gli elementi che si usano più comunemente per spiegare questo concetto sono due: “i Saperi” rappresentati da una pietra preziosa chiusa in una scatola e una chiave utile a aprirla. Secondo gli studiosi di scienze esoteriche il sapere si muove attraverso la tradizione, ossia viene condiviso e passato di generazione in generazione senza che questo venga necessariamente compreso.

L’iniziazione, a sua volta, è vista come il momento in cui viene consegnata una chiave utile a aprire il forziere per poter accedere al suo prezioso contenuto.

In questa spiegazione, però, viene dato per scontato che l’iniziato abbia a disposizione tradizionalmente la scatola della conoscenza, ma non sempre è così.

Se si accetta questo assioma sorge spontaneo un pensiero: cosa succede se non si possiedono né la chiave né il contenitore? E se si hanno entrambi?

Nel secondo caso si può trovare traccia negli scritti alchemici classici: gli alchimisti di estrazione cristiana pensavano che l’Ars Regia potesse essere condivisa e tramandata secondo due vie: iniziazione e vocazione. La prima era un evento graduale in cui l’iniziando prendeva man mano consapevolezza dei linguaggi, delle allegorie e delle metafore che venivano abitualmente utilizzate in alchimia. A mezzo di un maestro (ma pare che allora considerassero “iniziatico” anche il percorso di studio individuale con altri mezzi) si poteva entrare nel mondo alchemico e iniziare a toccare dei metodi di lavoro e di comunicazione altrimenti troppo criptici per essere compresi.

La vocazione, invece, era vista come un dono di Dio che concedeva all’alchimista l’innata capacità di avere delle informazioni (tradizione) e di saperle comprendere e applicare (iniziazione).

Simbolo di rinascita interiore, la morte iniziatica rappresenta il distacco dal “chi sono” e il primo passo verso la vera conoscenza

Altresì se non si hanno a disposizione gli elementi necessari per accedere al sapere ci si trova nella spinosa situazione di doversi dare comunque delle risposte ma senza avere alcun appiglio o possibilità di interpretazione degli eventi. In questo caso si potrebbe parlare di presunzione, ossia la necessità di presumere un determinato concetto, meccanismo o verità.

Seguendo l’istituzione concettuale di “chiave+scrigno” si può supporre che nella rarissima ipotesi in cui una persona abbia a propria disposizione sia la scatola che il mezzo corretto per aprirla, si possa parlare di “vocazione” per quel determinato tipo di conoscenza.


A conclusione è importante sottolineare che iniziazione, tradizione, vocazione e presunzione sono quattro condizioni relative. Inequivocabilmente l’onniscienza non esiste: ognuno vive in una dimensione in cui trova argomenti di cui è iniziato e altri di cui è profano, oppure visioni delle quali porta degli elementi ma ne ignora i contenuti.

Anche i depositari di una conoscenza enciclopedica non possiedono la verità bensì tanti stralci di essa: sicuramente vi sono campi del sapere in cui ognuno è costretto a “presumerne” qualche parte; la grande differenza è l’esserne consapevoli o meno.