Mutus Liber: il libro muto dell’Alchimia (un’introduzione)

Tra i testi più enigmatici e affascinanti della tradizione alchemica spicca il Mutus Liber, letteralmente “libro muto”. Pubblicato per la prima volta nel 1677 a La Rochelle, in Francia, e attribuito ad Altus (pseudonimo dietro cui alcuni hanno intravisto Jacob Saulat de Bergerac), quest’opera è considerata un vero e proprio capolavoro della letteratura ermetica. La sua particolarità sta nel fatto che non contiene lunghe spiegazioni testuali, ma quasi esclusivamente immagini: quindici tavole incise che narrano, in forma silenziosa, le tappe della Grande Opera alchemica.

Il silenzio del Mutus Liber è carico di significato: è un silenzio iniziatico, che invita il lettore a sospendere l’abitudine di “capire con la mente” e a lasciarsi guidare da un livello di conoscenza più intuitivo e contemplativo. L’alchimia, infatti, non è solo una disciplina teorica ma un cammino di trasformazione personale, e questo libro ne è una delle mappe più suggestive.

Le immagini ci introducono a una vera e propria storia, dove il protagonista (l’iniziato) intraprende il suo viaggio di trasformazione in armonia con la natura. La prima tavola mostra la preghiera e l’invocazione divina: l’opera inizia con un atto di apertura al Cielo, riconoscendo che ogni trasformazione autentica avviene con l’aiuto delle forze superiori. Seguono scene di raccolta della rugiada, simbolo di purezza e di forza vitale cosmica, e poi una serie di operazioni di distillazione, coobazione e purificazione.

Il percorso visivo del Mutus Liber ci porta attraverso le tre grandi fasi dell’Opus Magnum:

  • la Nigredo, la fase nera della putrefazione, in cui la materia e l’anima si disgregano per poter essere rinnovate;
  • la Albedo, la fase bianca, di purificazione e chiarificazione, in cui la coscienza si libera da ciò che è impuro;
  • la Rubedo, la fase rossa, in cui l’Opera si compie e la materia viene trasmutata in una nuova forma.

Le tavole rappresentano anche l’incontro e l’unione del Re e della Regina, del Sole e della Luna, dell’elemento maschile e di quello femminile: immagini potenti che ci parlano dell’armonia degli opposti e della loro necessaria fusione per generare una nuova realtà.

L’obiettivo di questi richiami e l’invito al lettore a concentrarsi con grande attenzione al superamento del duale, le “nozze chimiche” e la nascita dell’essere perfetto: il rebis alchemico.

La conclusione è la creazione della pietra filosofale, simbolo dell’unità e della perfezione ritrovata, ma anche della realizzazione interiore dell’adepto.

La bellezza del Mutus Liber sta nel fatto che ogni lettore può interpretare queste immagini secondo la propria sensibilità, la propria esperienza e il proprio momento di vita.

La forza del linguaggio utilizzato, quello simbolico, è quella di ricongiungersi al mondo archetipale per far sì che ognuno possa comprende e sviluppare il messaggio non da un punto di vista intellettuale ma a mezzo delle proprie percezioni, della propria sensibilità, delle proprie esperienza.

È per questo che gli insegnamenti contenuti nelle tavole sono considerati universali: non parlano in un’unica lingua, ma in mille lingue diverse, e a ciascuno sussurrano qualcosa di unico.

Il Mutus Liber è un testo difficile. La sua complessità non è un ostacolo, ma una sfida: richiede studio, contemplazione, e persinoe la pratica della alchimia operativa, poiché alcune immagini celano riferimenti concreti ai processi di laboratorio.

È un libro che si apre lentamente, rivelando i suoi segreti solo a chi vi si accosta con pazienza e rispetto, proprio come accade in un percorso iniziatico.

A mio modo di vedere il Mutus Liber non è soltanto un antico trattato alchemico, ma una mappa interiore, un invito a guardarsi dentro e a riconoscere le proprie fasi di morte e rinascita, di crisi e guarigione.

È uno specchio silenzioso che ci ricorda che ogni momento di oscurità è il preludio a una nuova luce.

Queste sono mie considerazioni personali e che potrebbero mutare in futuro, maturate attraverso lo studio e di riflessione che abbisogna ancora di tempo, impegno, e dedizione: la strada non è finita e, presumibilmente, non finirà mai.

Ognuno, osservando queste tavole, potrà cogliere un significato diverso e altrettanto valido.

Ed è proprio questo, forse, il segreto del Mutus Liber: essere un’opera viva e che parla sempre a chi è pronto a ascoltarla.

Prima Tavola del Mutus Liber: un’invocazione che chieda aiuto per un risveglio

Esoterismo e Magia: due vie, un’unica soglia

La distinzione tra magia ed esoterismo è sottile, quasi impalpabile, e spesso le due dimensioni si intrecciano fino a confondersi. Riconoscerne le peculiarità permette di comprenderne la natura profonda delle manifestazioni e di cogliere come entrambe parlino, seppure in modi diversi, del rapporto tra l’essere umano (o essere vivente?) e la realtà che lo circonda.

La magia, nel senso più ampio, è l’insieme di pratiche e tecniche rituali volte a produrre un cambiamento: nella realtà esterna, nella percezione di chi la vive o nell’immagine che diamo di noi stessi agli altri. Non si limita a “fare accadere” qualcosa: è un mutamento di prospettiva. Un incantesimo, un gesto simbolico, un rito ben costruito non agiscono solo sugli eventi, ma alterano la mappa mentale e sensoriale con cui interpretiamo il mondo. Così ciò che era invisibile diventa evidente o ciò che sembrava immutabile appare improvvisamente fluido e malleabile – o quantomeno influenzabile.

In questa prospettiva la magia lavora sulle porte della percezione: i cinque sensi. Sono essi a fornire la materia prima della nostra esperienza, e sono anche il tramite attraverso cui gli altri ci percepiscono. Modificando il modo in cui vediamo, ascoltiamo, tocchiamo il mondo possiamo trasformare la nostra realtà soggettiva e, di riflesso, quella altrui. È per questo che molti sistemi magici insistono su uno studio raffinato dei sensi e della loro interazione con il contesto: essi non sono semplici canali passivi, ma strumenti creativi.

L’esoterismo, invece, è prima di tutto un approccio conoscitivo, indagativo e iniziatico. Il termine deriva dal greco esōterikos (“interno”) e, dal punto di vista uffiiciale, indica un sapere riservato a pochi, trasmesso in forme velate, spesso attraverso simboli o allegorie e insegnamenti che richiedono un lavoro interiore per essere compresi.

Tuttavia la legge ermetica della Corrpispondenza: “così in alto come in basso, così in basso come in alto. Così all’interno come all’esterno” – ci ricorda che la struttura dell’universo e quella dell’essere umano rispecchiano la stessa armonia. Il macrocosmo e il microcosmo sono specchi l’uno dell’altro.

Questo porta a un punto fondamentale: nell’esoterismo, il “dentro” non è solo uno spazio interiore psicologico, ma un intero universo che riflette e contiene quello esterno. L’accesso a questo “interno” è un atto di trasformazione: comprendendo sé stessi si comprendono le leggi che reggono il Tutto. È in questo contesto che il simbolo dello specchio diventa centrale: esso rimanda alla capacità di vedere la propria immagine, ma anche di oltrepassarla e trascenderlla, riconoscendo che ciò che osserviamo di noi è contemporaneamente ciò che il mondo vede di noi e ciò che noi proiettiamo verso il mondo.

Magia ed esoterismo, pur avendo finalità e metodi diversi, condividono una consapevolezza: la realtà non è una struttura fissa e immobile, ma un intreccio dinamico tra percezione, conoscenza e intenzione. La magia agisce su questo intreccio modificando il modo in cui appariamo e percepiamo; l’esoterismo lo esplora come via di conoscenza profonda, invitandoci a guardare nello specchio della nostra interiorità per scoprire che il mondo esterno non è altro che il suo riflesso e lavorare sulle proprie imperfezioni e mancanze con i fini della crescita e del miglioramento.

In fondo entrambe le dottrine ci chiedono di attraversare una soglia: riconoscere che ciò che vediamo “fuori” e ciò che scopriamo “dentro” non come mondi separati, bensì come due facce dello stesso mistero.

Fondamentalmente il principio su cui lavora la magia è quello di modificare la percezione che abbiamo del mondo e quella che del mondo ha di noi, altresì l’esoterismo non porta a modificare realtà esterne bensì insegna a trovare e migliorare ciò che già si è.

Il Kybalion: 7 – Principio di Genere

Con il settimo assioma il Kybalion si chiude con una legge tanto sottile quanto solitamenter fraintesa: il Principio di Genere. Questo non ha nulla a che fare con il genere inteso in senso sessuale o sociale, ma riguarda una dinamica simbolica e creativa che attraversa l’intero universo.

Il Genere è in tutto. Tutto ha i suoi principi Maschile e Femminile,; il Genere si manifesta su tutti i piani”

È importante sottolineare che il principio ermetico del Genere non ha nulla a che vedere con il sesso biologico o le preferenze sessuali. Non parla di maschio o femmina in senso umano o culturale, ma di due forze archetipiche complementari che operano in ogni cosa e su ogni parte che compone la manifestazione degli elementi: fisico, mentale, spirituale.

Secondo il Kybalion, ogni forma di creazione richiede l’unione di due polarità: una forza attiva, emissiva, penetrante (principio maschile) e una forza ricettiva, generativa, nutritiva (principio femminile). Non si tratta di uomini e donne, ma di modalità universali del manifestarsi della realtà. Questo principio è presente ovunque: in luce e ombra, sole e luna, volontà e immaginazione, azione e contemplazione…

Il genere è dunque un simbolo della dinamica creativa dell’universo, non una descrizione sociale. Ogni individuo contiene entrambi i principi, al di là del sesso di nascita o dell’identità che sente propria.

In una società spesso polarizzata e condizionata da ruoli di genere rigidi, il principio ermetico invita a una visione più ampia, libera e interiore. Nessuna identità sessuale è più “alta” di un’altra. Non si tratta di aderire a un modello maschile o femminile, ma di equilibrare queste due forze.

Il principio maschile è associato, tra le altre cose, all’attività, alla volontà, all’iniziativa e all’azione diretta mentre il principio femminile è associato alla passività, ricettività, alla sensibilità e alla gestazione interiore.

In ogni processo creativo queste due forze collaborano. Solo l’unione di entrambe permette il nascere del nuovo. Escludere una delle due significa, essenzialmente, mutilare la propria energia creativa.

Sul piano mentale il genere si manifesta nel rapporto tra pensiero cosciente e mente subconscia. Il pensiero volontario (maschile) “semina” idee nella parte inconscia (femminile) che le “genera” e le manifesta nella realtà.

In questo senso il principio del Genere spiega come funziona anche la creazione mentale (v. Principio del Mentalismo).

Molte tradizioni antiche parlano di figure androgine non per confondere i generi, ma per esprimere l’equilibrio supremo: l’essere che ha unito in sé maschile e femminile diventando completo. Nell’alchimia, ad esempio, l’androginìa viene rappresentata a mezzo del “Rebis”. Questa integrazione è segno di evoluzione.

Il Kybalion non chiede di diventare né più “maschili” né più “femminili” ma di riconoscere il potenziale creativo che nasce solo dall’unione armonica delle due polarità.

Il Principio del Genere è l’invito a riconoscere che ogni atto creativo, ogni trasformazione autentica, ogni nascita di senso e bellezza avviene quando dentro di noi il maschile e il femminile si incontrano. Nessuno di noi è solo uno dei due. Tutti siamo danza vivente di queste forze (v. Principio di Polarità e Principio del Ritmo) che operano ben al di là del corpo, dell’identità o della storia personale.

Nulla può essere percepito o pensato con un senso di esclusione. L’approccio all’Assoluto è comprensione dell’importante dell’integrazione, armonia, riconciliazione degli opposti.


In questa unione interiore, silenziosa e profonda, si apre lo spazio sacro dove l’universo continua a generarsi.

Il Kybalion: 6 – Principio di Causa e Effetto

Nel grande disegno dell’universo descritto nel Kybalion il Sesto Principio Ermetico, definito “di Causa e Effetto” ci invita a osservare la realtà con occhi più profondi: nulla è come appare, Tutto è causa e conseguenza di una infinita serie di conseguenze (a loro volta cause). Il principio recita:

“Ogni Causa ha il suo Effetto, ogni Effetto ha la sua Causa. Tutto avviene secondo Legge; la Fortuna non è che il nome dato a una Legge non riconosciuta: vi sono molti piani di causalità, ma nulla sfugge alla Legge.”

A prima vista può sembrare un richiamo a una forma particolarmente rudimentale di determinismo: a ogni azione corrisponde una reazione, a ogni scelta una conseguenza; ma il significato ermetico è molto più vasto: ogni cosa che accade, ogni pensiero, ogni evento, ogni parola detta (o non detta), è l’effetto di cause precedenti e, a sua volta, diventerà causa di altre conseguenze, anche se ignote.

Siamo immersi in una rete infinita di cause ed effetti, dove nulla accade per caso, anche se non siamo in grado di vederne i fili. L’illusione del caos o della casualità nasce semplicemente dalla nostra incapacità di percepire e comprendere l’intero intreccio.

Tutto ciò che esiste è – in ogni preciso istante – la sintesi (vivente o meno!) di innumerevoli cause: genetiche, culturali, storiche, biologiche, psicologiche… Ogni essere umano è figlio del tempo e delle scelte di altri, delle sue decisioni passate, dei gesti di persone mai conosciute, delle scelte prese persino dai popoli antichi: l’effetto di onde causali che si sono propagate per millenni.

Eppure tutto ciò risulta essere anche una causa attiva: parole, pensieri e scelte si propagano nel campo dell’esistenza generando conseguenze incalcolabili. Alcune saranno visibili mentre altre si manifesteranno in tempi e luoghi che, sconosciuti o talmente lontani nel tempo e nello spazio, non potremo mai vedere, e questo vale per ogni cosa esistente.

Questo principio trova un’affinità profonda con la visione buddhista dell’interdipendenza: nulla esiste da solo né nulla si manifesta autonomamente. Ogni fenomeno sorge in relazione ad altro. Nulla ha un’esistenza indipendente e incondizionata da fattori che lo sostengono e plasmano.

Seguendo questo assioma, esistendo noi nel Tutto si può dedurre che: “Tutto ha un’esistenza dipendente e condizionata da fattori che lo sostengono e lo plasmano”.

Un fiore non è solo un fiore: è anche il sole, la pioggia, il terreno, il seme, il tempo, l’ape, il contadino, l’aria. Se anche solo uno di questi elementi mancasse, il fiore non esisterebbe, o quantomeno non sarebbe così come è.

Il Kybalion e il Dharma si incontrano in questa intuizione: la realtà non è lineare, ma reticolare. Non c’è un’unica causa per un effetto, ma una tessitura di condizioni, la maggior parte delle quali risulta sconosciuta.

Proprio per questa infinità di cause, nulla potrebbe essere diverso da com’è. Ogni evento, per quanto possa apparire ingiusto o inspiegabile, è il risultato esatto di un’infinità di condizioni che lo hanno reso possibile.

Dato le condizioni reali che hanno influenzato il sorgere di determinate manifestazioni, l’effetto che ne scaturisce è inevitabile e perfetto, nel senso che non poteva accadere che così; pertanto “Tutto è giusto e perfetto”.

Questa non è rassegnazione, ma comprensione profonda. Accettare che ogni cosa sia come dev’essere – perché condizionata da infinite cause – può diventare una forma di pace. Quando smettiamo di lottare contro il passato o contro ciò che è, iniziamo a fluire con la legge, non più schiavi del caso, ma co-creatori consapevoli del nostro presente (v. Principio del Mentalismo).

La saggezza del Kybalion cerca di spronare anche a passare dal piano dell’effetto al piano della causa. La maggior parte del tempo viviamo reagendo agli stimoli, alle emozioni, alle circostanze, ma l’iniziato dovrebbe imparare a diventare causa consapevole, a scegliere con intenzione i propri pensieri, le parole, le azioni. Non per controllare tutto ma per agire con lucidità nel “campo del possibile” sapendo che ogni azione può essere interpretata come un seme.

Diventare causa significa anche assumersi la responsabilità della propria realtà, non perché tutto dipenda da noi, ma perché siamo parte attiva dell’Esistenza stessa, e il modo in cui ci muoviamo in essa può fare la differenza.

Il Sesto Principio Ermetico ci chiama a vivere con consapevolezza in un mondo dove nulla è separato, dove ogni pensiero lascia una traccia e ogni evento è l’espressione visibile di forze invisibili.

Comprendere questo significa aprirsi a una visione più ampia, umile e interconnessa dell’esistenza, e forse anche a una nuova forma di fiducia: tutto è dove deve essere, e da ogni punto si può generare un nuovo inizio.

Il Kybalion: 5 – Principio del Ritmo

Ne Il Kybalion, il Quinto Principio, quello del Ritmo, ci parla della natura ciclica di ogni cosa. La sua enunciazione recita:

“Tutto scorre dentro e fuori e ogni cosa ha le sue maree; tutte le cose ascendono e discendono. Il movimento del pendolo si manifesta in tutto: la misura dell’oscillazione a destra è la misura dell’oscillazione a sinistra. Il ritmo si compensa.”

Questo principio rivela una delle verità fondamentali dell’universo: nulla è statico, tutto è in continuo flusso e riflusso (si immagini come il respiro). Ogni stato o condizione: fisica, mentale, emozionale o spirituale è soggetta a un movimento oscillatorio. Nulla rimane per sempre nella gioia né nel dolore, nel successo né nell’insuccesso (v. Il Kybalion: 4 – Principio di Polarità). Ogni cosa segue un ritmo costante e impersonale, come un pendolo cosmico che oscilla da un estremo all’altro.

Il principio ermetico del ritmo non ha una funzione meramente descrittiva: invita alla comprensione profonda di come i cicli influenzino le nostre vite al fine di imparare a non identificarsi con gli estremi. Quando ci troviamo in uno stato elevato – entusiasmo, vitalità, successo – è utile ricordare che arriverà un ritorno verso il basso. E viceversa, nei momenti difficili, sapere che il ritmo tornerà a favore può dare conforto e forza.

La saggezza consiste nel non resistere al ritmo, ma nell’osservarlo e cercare di armonizzarsi ad esso.

Nel Kybalion questo tipo di esperienza viene definita “neutralizzazione del pendolo”: una forma di autocoscienza che permette all’individuo di trascendere gli effetti del ritmo interiore mantenendo un centro stabile anche mentre la vita si muove.

I cicli del giorno e della notte, le stagioni, le fasi lunari, il battito cardiaco, il respiro: tutto ciò che vive pulsa secondo un ritmo. Anche le emozioni, i pensieri, i desideri si muovono in ondate.

Spesso l’essere umano fatica a percepire questa legge invisibile cercando di forzare la realtà verso uno stato permanente contro il principio del ritmo.

Il Kybalion invita a concepire la consapevolezza del ritmo non come una debolezza e di viverla con rassegnazione, ma come un potere: la capacita di prevedere consapevolmente, anticipare e prepararsi senza opporre resistenza.

L’obiettivo è quello di imparare a sorvolare i cicli emotivi e mentali o la valutazione e il giudizio su determinate esperienze evitando gli eccessi e centrando la nostra energia.

Il principio del ritmo ci insegna che tutto cambia, tutto torna, tutto pulsa e che noi siamo parte di questo immenso respiro cosmico. Quando impariamo a riconoscere la ciclicità degli eventi e delle emozioni non ne siamo più vittime: diventiamo capaci di accogliere ogni fase come necessaria e, soprattutto, transitoria.

È così che anche il dolore smette di essere nemico in quanto, con consapevolezza, possiamo renderci conto che questi finirà da solo.

Il Kybalion: 4 – Principio di Polarità

Nel cuore del Kybalion il Quarto Principio, noto come Principio di Polarità, afferma:

“Tutto è Doppio: ogni cosa ha due poli, tutto ha il suo opposto. Simile e dissimile sono la stessa cosa: gli opposti sono identici in natura ma differenti in grado. Gli estremi si toccano. Tutte le verità sono mezze verità e tutti i paradossi possono essere conciliati.”

Questo insegnamento, apparentemente semplice, cela una verità profonda: ogni aspetto dell’esistenza è costituito da polarità complementari che a noi appaiono come contrapposizioni (v. Il Kybalion: 2 – Principio di Corrispondenza). Amore e odio, caldo e freddo, luce e oscurità, vita e morte non sono entità opposte in senso stretto ma manifestazioni dello stesso principio su una scala continua. Non esiste una linea netta che separa un polo dall’altro: vi è, piuttosto, un gradiente sottile su cui l’esperienza oscilla costantemente.

Secondo l’ermetismo la comprensione della polarità è fondamentale per raggiungere la consapevolezza. La mente ordinaria tende a dividere, etichettare e giudicare, ma la consapevolezza dovrebbe portare a riconoscere che gli opposti non si escludono: bensì si completano. Il freddo è l’opposto del caldo unicamente se si considera fuori dalla dimensione della “temperatura”: più è alto il livello di calore più si genererà il caldo, al contrario meno calore ci sarà e più nascerà il freddo. Amore e odio non sono energie contrapposte: nella dimensione dell’interesse questi raggiungono lo stesso livello di impegno, semplicemente se l’interesse è positivo sarà amore, se invece le energie spese sono negative il sentimento viene chiamato “odio”.

Quando si afferra questo principio, la vita smette di apparire come una lotta tra forze antagoniste e inizia a rivelarsi come una alternarsi dinamico di polarità.

Un esempio vivido di questo principio si trova nei solstizi: eventi astronomici e filosofici che segnano i momenti più estremi del ciclo annuale del Sole.

  • Il Solstizio d’Inverno, intorno al 21 dicembre, è la notte più lunga dell’anno. Rappresenta l’apice dell’oscurità, ma anche il momento esatto in cui la luce comincia a rinascere. A partire da quel punto, i giorni iniziano lentamente ad allungarsi, annunciando il ritorno del Sole e la promessa della primavera.
  • Il Solstizio d’Estate, intorno al 21 giugno, è il giorno più lungo dell’anno, il trionfo della luce. Ma è proprio in quell’istante di massima espansione luminosa che l’oscurità comincia a crescere, perché le giornate iniziano, impercettibilmente, ad accorciarsi.

In entrambi i casi il punto di massimo di un polo coincide con il seme dell’altro: questo è il cuore del Principio di Polarità. Gli estremi si toccano e inevitabilmente ogni fine porta in grembo un inizio.

Nella tradizione ermetica e in molte spiritualità antiche, i solstizi non sono semplici fenomeni astronomici, ma porte sacre che segnano la ciclicità dell’anima e della coscienza.

La consapevolezza di questo principio ci invita a non resistere ai movimenti della vita, ma a trasformarli oppure, conoscendo la legge a cui siamo sottoposti, attendere con pazienza che l’alternanza abbia effetto modificando in maniera indipendente da noi la polarità a cui siamo sottoposti.

Tutto è in costante movimento, pertanto le cose (anche quelle che ci appaiono come le più immutabili) cambieranno.

L’alchimia ermetica non cerca di eliminare uno dei poli, ma di insegnare a trasmutarlo. Non si tratta di negare il dolore, ma di comprenderlo come inevitabile polarità dei sentimenti, opposto e complementare al piacere.

Idealmente non si tratta di fuggire l’oscurità, ma di vederla come terreno fertile per la luce.

In termini pratici, questo significa che quando ci troviamo in uno stato emotivo negativo, possiamo – attraverso l’attenzione, la volontà e la consapevolezza – muoverci lungo la scala della polarità, trasformando rabbia in determinazione, paura in prudenza, apatia in introspezione. Questo è uno degli strumenti fondamentali dell’iniziato ermetico: la trasmutazione mentale.

Il Principio di Polarità insegna che l’universo non è diviso tra bene e male assoluti, ma pulsa in un’eterna oscillazione armonica. Comprendere questo significa avere modo di percepire in maniera consapevole i cicli e la vita che si muove a mezzo di essi, nonché accettare tanto la luce quanto l’ombra imparando a non contrastarle bensì a modificarle.

La chiave è riconoscere che tutto è Uno e che ogni polarità, in fondo, è solo una manifestazione dell’Assoluto che ci appare schiava della dualità.

Il Principio di Polarità del Kybalion: come luce e oscurità si trasformano l’una nell’altra. Un viaggio tra gli opposti.

Il Kybalion: 3 – Principio di Vibrazione

Il terzo principio ermetico tra quelli espressi nel Kybalion è quello di Vibrazione. Questa legge afferma cheNulla è immobile: tutto si muove, tutto vibra.”

In questo principio è sostenuto il fatto che tutto ciò che esiste – dalla materia grossolana al pensiero più sottile – è in costante movimento poiché animato da vibrazioni. Anche ciò che appare statico o solido in realtà vibra in maniera impercettibile.

Le differenze tra le varie forme di materia, energia, mente e spirito derivano unicamente dalla frequenza vibratoria che le compongono. Tutto è fatto della stessa “sostanza”, semplicemente la manifestazione dei vari elementi si presenta poiché le parti che le compongono vibrano su scale diverse.

Il Kybalion non si limita a una visione meccanica dell’Assoluto: invita l’individuo a percepire, comprendere e lavorare con queste vibrazioni per elevarsi a livello sottile.

In questa prospettiva anche i pensieri e le emozioni sono composti da onde vibrazionali. I pensieri negativi generano vibrazioni più lente, pesanti e disarmoniche, mentre quelli positivi si muovono a una frequenza elevata, avvicinando così la manifestazione a stati più sottili e elevati dell’esistenza.

In questa prospettiva la musica assume un ruolo chiave come strumento di trasformazione vibrazionale. Le frequenze musicali possono modificare lo stato vibrazionale del nostro essere.

Potenzialmente ascoltando o producendo un determinato tipo di vibrazioni si può incidere sulla propria essenza nonché sulla realtà circostante. Lavorando con i principi esoterici di “similitudine” (mettendo quindi in relazione due vibrazioni simili) o di “opposizione” (contrapporre vibrazioni dalla frequenza bassa a altre più alte o viceversa) si può imparare a interagire con le varie manifestazioni e lavorare consapevolmente per modificarle.

Comprendere il Principio di Vibrazione significa diventare consapevoli di come ogni parola, suono, pensiero o azione contribuisca a definire la propria frequenza personale. L’essere umano, secondo la filosofia ermetica (v. Il Kybalion: 1- “Principio del Mentalismo”), non è un semplice spettatore bensì un co-creatore della realtà. Imparando a elevare la propria vibrazione – attraverso il suono, la meditazione e la pratica della consapevolezza – si può influenzare profondamente la qualità della propria vita e delle proprie relazioni.

Il Kybalion spiega come l’universo sia concepibile come una sinfonia di vibrazioni in cui ogni elemento partecipa e va a comporre una’armonia più vasta.

Per poter interagire in maniera consapevole con la realtà si potrebbe, potenzialmente, cercare di “accordarsi” con un determinato tipo di vibrazione o andare a modificarle con vibrazioni contrastanti.

Il Kybalion: 2 – Principio di Corrispondenza

Tra i sette principi ermetici esposti nel Kybalion, uno dei più affascinanti e profondi è senza dubbio il principio di corrispondenza. Enunciato nella celebre formula “Come in alto, così è in basso; come all’interno, così è all’esterno”, questo assioma esprime un’idea tanto semplice quanto rivoluzionaria: tra i diversi livelli dell’esistenza – spirituale, mentale e materiale – esiste un’analogia costante. L’universo è uno specchio che si riflette in se stesso, dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo.

Le sue radici, ancor più di altri principi espressi nel Kybalion, affondano nella tradizione dell’ermetismo ascrivibile al leggendario Ermete Trismegisto. I testi attribuiti a lui, come la Tavola di Smeraldo e il Corpus Hermeticum, sono considerabili all’origine del pensiero esoterico occidentale. È proprio nelle Tavole Smeraldine che troviamo la versione originaria di questo principio, considerato una chiave per comprendere il funzionamento dell’universo e la connessione tra uomo, cosmo e esistenza stessa.

Il principio di corrispondenza insegna che ciò che accade su un piano si riflette sugli altri. Questo vale tra microcosmo e macrocosmo, tra il mondo interiore dell’essere umano e la sua realtà esterna. Ogni parte contiene l’intero, come se si fosse persi in una serie di specchi riflettenti. L’osservazione di sé può dunque diventare uno strumento per comprendere il mondo circostante, l’altro e persino il macrocosmo; allo stesso modo i fenomeni dell’universo, del mondo e dell’ambiente ristretto in cui si vive possono offrire insegnamenti su ciò che accade nella nostra interiorità.

In questo senso la malattia del corpo può riflettere una disarmonia mentale o emotiva; una crisi esistenziale può essere specchio di una frattura spirituale, viceversa un disagio emotivo o mentale può essere conseguenza di un problema di dimensione fisica: sbalzi ormonali, carenza o eccesso di zuccheri etc.

L’astrologia, l’alchimia e la stessa teurgia – le tre “arti ermetiche” – si fondano su questo principio: interpretare il mondo per conoscere sé stessi e modificare sé stessi per influenzare il mondo.

Il principio di corrispondenza è strettamente intrecciato con gli altri principi ermetici. Principalmente può essere avvicinato al principio del mentalismo (v. link), che apre il Kybalion con l’idea che “Tutto è mente”: se l’universo è una proiezione mentale, allora ogni suo aspetto dovrebbe essere interconnesso in una struttura simbolica coerente.

Corrispondenza, pertanto, significa riconoscere questa rete di significati.

Comprendere la legge di corrispondenza non dovrebbe essere solo un esercizio filosofico, bensì ha tutto il potenziale, se sfruttato con il dovuto occhio critico, di diventare un invito pratico alla responsabilità personale.

Se tutto è connesso, allora il nostro stato interiore influisce sul mondo che ci circonda. Se coltiviamo chiarezza, equilibrio e consapevolezza, questi si rifletteranno nei nostri rapporti, nelle nostre scelte e persino nelle eventuali sincronicità che viviamo: il mondo smette di apparire come qualcosa di esterno e ostile e diventa un contesto con cui interagire, vivo e, se si impara a comprendere il metodo comunicativo che adotta, dialogante.

Il principio ci insegna a leggere la realtà attraverso un linguaggio simbolico in cui nulla è casuale. Ogni evento, incontro o ostacolo può essere visto come uno specchio. Questo non significa che tutto debba essere interpretato in modo rigido o superstizioso, ma che l’universo è strutturato in modo tale da permettere all’individuo di vivere e crescere attraverso il riconoscimento delle sue corrispondenze come fossero una mappa.

Nel cuore dell’ermetismo il principio di corrispondenza è una chiave per l’unità. In un’epoca dominata dalla frammentazione, dall’iper-specializzazione e dalla separazione tra mente e corpo, spirito e materia, pensiero e azione, esso ci ricorda che tutto è parte dello stesso sistema.

Quando impariamo a riconoscere queste corrispondenze non solo comprendiamo meglio il mondo ma iniziamo a trasformarlo. Lo stesso principio insegna che, se comprendiamo come modificare il mondo, necessariamente impariamo a modificare noi stessi e la nostra realtà non agendo sulla materia direttamente ma trasformando l’intimo, che inevitabilmente è conseguenza e spazio che risuonerà nel Tutto.

Come in alto, così è in basso. Come in grande, così è in piccolo. Come all’esterno, così è all’interno.

Il Kybalion: 1 – Principio del Mentalismo

La prima delle sette leggi ermetiche contenute nel Kybalion afferma: “Tutto è mente; l’Universo è mentale.” Questa profonda affermazione racchiude un principio cardine della filosofia ermetica: la realtà che percepiamo è, in ultima istanza, un processo mentale e, di conseguenza, assolutamente personale.

Nel pensiero ermetico il “Tutto” è l’origine e la sostanza dell’esistenza stessa. Questo è, fondamentalmente, “qualsiasi cosa” (materiale o immateriale e invisibile).

Nulla esiste al di fuori della mente e delle percezioni, e spesso tendiamo a racchiudere dei concetti più grandi in immagini mentali a noi comprensibili. Ciò che consideriamo materia, energia, spazio e tempo sono unicamente una proiezione mentale all’interno di un campo più vasto di conoscenza. Questo implica necessariamente un riconoscimento della natura mentale, mutevole e interconnessa delle manifestazioni.

Comprendere questo principio implica un cambiamento che interessa direttamente la visione e la percezione della vita. Se tutto è mente i pensieri non sono semplicemente una serie di azioni e reazioni private, bensì possono essere considerati come delle forze creative che influenzano la realtà. Altresì, se tutto è mente, modificando i nostri pensieri possiamo di conseguenza modificare il nostro modo di percepire la realtà, pertanto influenzare la via per interagirci.

Questo può essere uno degli avvicinamenti a una delle tre arti attribuite a Ermete Trismegisto, il mitico fondatore della Filosofia Ermetica a cui anche il Kybalion (con la dovuta cautela) può essere ascritto: la teurgia. Le altre due arti di cui Ermete era maestro sono l’alchimia e l’astrologia.

La teurgia, senza troppo entrare nello specifico, è lo studio e l’applicazione di quell’insieme di tecniche e azioni che vanno a modificare la realtà. Spesso ci si riferisce alla teurgia come “scienza dei miracoli” andando a sottolineare unicamente la parte metafisica e mistica dell’arte.

Personalmente sono un po’ in dissonanza con questa visione in quanto la trovo eccessivamente incerta da un lato e limitante dall’altro.

La magia è quell’arte in cui si applicano delle strategie per modificare la realtà. Questa (come spiegato rapidamente in questo articolo), fondamentalmente, è la percezione che abbiamo di due parti: una materiale e una immateriale. La “realtà” non è universale bensì è basata su una visione personale figlia delle proprie esperienze e gli eventi vengono valutati come positivi e negativi unicamente a mezzo delle nostre personali percezioni: per questo è importante dare per scontato che ognuno di noi ha una visione parziale, limitata e, pertanto, scorretta della realtà.

Unitamente a questo va tenuto presente che la realtà e ciò che la compone risponde a delle leggi precise. Sfruttando queste regole, tra cui il mutare il proprio approccio agli avvenimenti, si ha la possibilità di modificarla.

Ma è qui (secondo me!) che nasce una grande incomprensione: si collega la magia soltanto a fenomeni metafisici, sottili e energetici. In realtà, se si considera la magia come un cambiamento della realtà a mezzo di un sapere e un’azione prestabilita al fine di ottenere un determinato risultato e consideriamo la realtà come l’insieme delle percezioni nostri e altrui, tante cose possono influenzare facilmente la realtà, anche azioni puramente materiali

Il punto del discorso è che non si può modificare la realtà, bensì possiamo modificare l’immagine che noi percepiamo della realtà e il nostro approccio ad essa e/o modificare l’immagine che gli altri hanno di noi, pertanto interagire con l’altrui realtà. Le due azioni, peraltro, possono essere correlate tra di loro, andando a generare un movimento di costante di azione-reazione-conseguenza (si entrerà più nello specifico nella sesta regola del Kybalion: quella di causa e effetto n.d.a.).

L’uomo, come parte della Mente Universale, può quindi essere a sua volta considerato come creatore e responsabile della propria esperienza. I nostri stati mentali modellano ciò che viviamo. Da qui l’importanza della disciplina interiore, della consapevolezza e del pensiero intenzionale.

Un consiglio che sentii da un Lama e che trovai particolarmente saggio è utile è il seguente: “Non possiamo provare due emozioni contemporaneamente. Se sei in un momento di sofferenza, sforzati di portare la mente su una sensazione di gioia. Se riesci a provarla, anche in minima parte, allora la sofferenza scompare”.

“Tutto è mente” non è solo un’idea metafisica, bensì un invito pratico: ci sprona a non subire passivamente il mondo, ma a partecipare attivamente alla sua co-creazione. Conoscere e applicare questo principio significa iniziare un percorso di padronanza mentale, in cui la trasformazione del pensiero diventa trasformazione della realtà e del nostro modo di interagire con essa, sia in maniera attiva che passiva.

Nel caos apparente dell’esistenza, questa legge ci ricorda che tutto nasce da uno stesso punto: la mente. Inoltre sottolinea che, per cambiare il mondo, occorre cambiare il proprio approccio con esso, in quanto l’unica interazione che possiamo avere al fine di modificare il mondo è la modifica del nostro mondo.

Intelletto e percezione: le due chiavi per interpretare la realtà

Interdipendenza tra Materiale e Immateriale

Sia nelle religioni abramitiche che nell’Epopea di Gilgamesh, nella cultura taoista, in alcuni miti ellenici e persino in parte di quelli amazzonici la prima azione che l’Assoluto (in qualsiasi modo questo venga rappresentato) compie è quella di separare il Cielo e la Terra. A livello simbolico è piuttosto semplice indicare questa differenziazione come rappresentazione del mondo materiale e di quello impalpabile.

Si può supporre che il dualismo si manifesti per la prima volta in questo contesto.

Seguendo il Principio di Polarità della Filosofia Ermetica, queste manifestazioni non sono opposte bensì complementari. La complementarietà di questi due elementi va necessariamente a rappresentare la fonte superiore da cui scaturiscono: il Tutto Esistente. Unitamente all’integrarsi tra loro, però, sono anche interdipendenti: nessuno dei due può esistere senza l’altro. Oltre all’influenzarsi vicendevolmente, sia la forma materiale che quella invisibile sono fondamentali per la creazione del proprio rovescio. Non ci potrebbe essere un mondo sottile senza la presenza di quello grossolano poiché è l’esistenza stessa di qualcosa a rendere definibile (e quindi esistente) ciò che da lei è diverso.

Nulla esiste in maniera indipendente ma solo a mezzo di relazione con altri elementi.

Abbiamo percezione di un fenomeno unicamente quando questo entra in un rapporto – fisico o mentale – con noi. Se non ci capita di incontrarlo nella nostra sfera questo, secondo la nostra personale concezione del mondo, non esiste.

Cosmogonia ermetica spiegata attraverso i simboli

Dando credito all’assioma ermetico: “come in alto così è in basso, come all’esterno così all’interno” si può prendere in considerazione quanto anche l’interiorità degli esseri sia strettamente relazionata al corpo che la contiene. Il corpo, ossia la manifestazione materiale della nostra essenza, è il mezzo per fare esperienza del mondo. Attraverso i cinque sensi permette le percezioni, ossia la via di comunicazione tra il corpo e la materia sottile che lo anima. Il corpo fisico è quello che permette di ricevere e condividere informazioni, avere interazione con altri elementi e riuscire a comprendere la realtà. Il corpo mentale (per semplicità soprassiedo alla distinzione tra anima e spirito n.d.a.), invece, è ciò che rielabora le informazioni, le sviluppa, crea pensieri e immaginazione. Concetti come la forza di volontà, il pensiero e l’attività risiedono nella parte invisibile degli esseri mentre il corpo fisico è quello che passivamente fa da tramite tra il mondo esterno e quello interno.

Sempre per un discorso relativo all’interdipendenza è importante pensare che il corpo, se privato della parte sottile (al momento della morte), si disgrega. Dalla putrefazione della materia, però, si creano degli elementi nutritivi per altre forme di vita nonché, semplicemente, si trasforma mutando la sua composizione e la sua apparenza ma senza scomparire. È evidente che la propria morte sia percepita come la fine dell’esistenza, ma in realtà è la fine della percezione del Tutto da parte della forma presente, non dell’essenza assoluta. Se si guarda da un piano più alto la vita non finisce: semplicemente anziché una manifestazione con una determinata identità ne assume altre. Questo fa pensare, sempre seguendo lo “specchio” tra mondo materiale e sottile, che al momento della separazione tra corpo fisico e mentale anche il secondo non smetta di esistere, ma possa scindersi in varie forme pensiero poi disperse nell’etere e/o pronte a ricoagularsi sotto altre forme.

Come più volte sottolineato l’interdipendenza tra i due elementi è ciò che crea l’Esistenza stessa e la riconoscibilità di ognuna delle due parti. È proprio al momento della morte che si rappresenta il fatto dell’esistenza in forma individuale (corpo e mente) che finisce a causa della separazione delle parti che lo compongono, ma che al contempo continua in forma assoluta (piano materiale e piano immateriale) in quanto quella che si disgrega è solo una delle infinite manifestazioni del Tutto, pertanto l’equilibrio delle cose si modifica a livello estetico ma resta immutato nella sua parte sostanziale.

Spesso si parla di “dissoluzione dell’Ego” come uno degli obiettivi massimi da raggiungere in questa vita. L’Ego, invece, è fondamentale per la percezione dell’esistenza stessa. Se non avessimo un senso di separazione dal mondo che ci circonda non avremmo modo di interagirci e pertanto di sperimentare, ossia di percepire l’Esistenza esistendo. Secondo le regole iniziatiche espresse sopra, ciò che percepiamo corrisponde alla nostra personale interpretazione della realtà (per questo abbiamo una visione parziale: per ovvi motivi riusciamo a interagire solo con una minima parte del Tutto!).

Se non avessimo un Ego a mezzo del quale sperimentare l’Assoluto, o non avremmo modo di esistere o non saremmo in grado di percepire la nostra esistenza.